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C'era una volta

C’era una volta… Hagi, il Maradona dei Carpazi

“Hagi col suo piede sinisto
potrebbe aprire una scatola di fagioli.”

A pronunciare questa buffa ma eloquente
affermazione fu Ray Clemence, portiere del Liverpool e della
Nazionale inglese tra gli anni Settanta e Ottanta. Parole che
descrivono al meglio il geniale talento di Gheorghe “Gica”
Hagi, considerato senza troppe
discussioni il miglior giocatore romeno di sempre. Tanto che non sono
mancati paragoni persino col Pibe de Oro in persona, vista la
somiglianza sia fisica che dello stile di gioco. Un parallelismo che
venne sfiorato anche nella realtà; proprio l’anno scorso, Hagi ha
dichiarato alla Gazzetta dello Sport di aver sfiorato il
trasferimento al Napoli proprio per rimpiazzare Maradona. Fu il
Brescia, squadra che all’epoca deteneva il suo cartellino, a porre il
veto sul suo approdo alle pendici del Vesuvio.

Difficile stabilire
se con Hagi in campo i partenopei avrebbero evitato il declino dopo i
due Scudetti della gestione Ferlaino; fatto sta che il trequartista
romeno ha mostrato il meglio del suo repertorio altrove. Nato a
Costanza il 5 febbraio del 1965, a 17 anni è già in prima squadra
nel Farul, la squadra della sua città, prima di trasferirsi allo
Sportul Studentesc e imporre il proprio talento agli occhi dei primi
ammiratori. Gigi Corioni, all’epoca presidente del Bologna, fiuta il
grande affare ma nulla può di fronte alle difficoltà di portarlo
via dalla Romania: sono gli anni del regime di Ceausescu, che
controlla proprio lo Sportul e non ha alcuna intenzione di cedere il
suo pupillo.

Curioso il suo
passaggio alla Steaua Bucarest: il giocatore viene prestato solo per
giocare la sfida di Supercoppa Europea contro la Dinamo Kiev, ma alla
fine la Steua – sotto l’egida del Ministero dell’Interno – riesce
a tenerselo per continuare il proprio ciclo vincente. Con Hagi in
campo, effettivamente il livello dei rossoblu rimane elevato e il
progetto del bis in Coppa dei Campioni viene infranto solo
dall’imbattibile Milan di Sacchi.

Bisogna attendere la fine della
Romania socialista e l’apertura delle frontiere prima di assistere
all’esodo dei calciatori romeni verso i club più blasonati.
L’occasione migliore per mettersi in luce è Italia ’90; al termine
della competizione – che vede i romeni uscire agli ottavi contro
l’Eire, sconfitti ai rigori – per Gica è tempo di vestire la
casacca del Real Madrid. L’impatto con il calcio spagnolo non è
facile, ma nell’arco di due stagioni riesce a lasciare il segno con
alcune giocate stellari, come il gol da 50 metri rifilato
all’Osasuna. Ma la bacheca piange: sono gli anni d’oro del Barcellona
di Romario e le Merengues
riescono
a vincere appena una Supercoppa di Spagna. Brucia parecchio il titolo
perso nella stagione 91-92, a causa di un’inattesa sconfitta
all’ultima giornata contro il Tenerife che permette ai Blaugrana
di
compiere il passaggio decisivo.

Nonostante sia
difficile imputare al romeno colpe per i mancati successi del club, i
madrileni scaricano Hagi. Poco male, perché viene accolto a braccia
aperte dal suo grande estimatore. Gigi Corioni, alla guida di un
Brescia appena promosso in Serie A, decide di puntare molto su un
blocco di connazionali del “Maradona dei Carpazi”: in rosa ci
sono anche Ovidiu Sabau, Florin Raducioiu e la meteora Dorin Mateut,
senza contare che il mister è Mircea Lucescu. Gica dichiara che i
lombardi, a livello di organico, stanno persino messi meglio del
Real. Errore di valutazione? Probabile, dato che le Rondinelle non
riescono a conquistare la salvezza al termine di un drammatico
spareggio contro l’Udinese. L’anno dopo Hagi è ancora a Brescia, in
un palcoscenico che gli va senz’altro stretto: decide persino di
decurtarsi l’ingaggio pur di restare fedele a Corioni. La scelta
permette una rapida risalita in Serie A, condita da nove reti e la
vittoria della defunta Coppa Anglo-Italiana ai danni del Notts
County. Per la cronaca, uno a zero con gol di Gabriele Ambrosetti.

Il
Mondiale statunitense è il punto più alto della storia della
Nazionale romena. Considerata discreta o poco più, la squadra
guidata dal CT Anghel Iordanescu impressiona il pianeta con l’approdo
ai quarti di finale; agli ottavi, a cedere il passo è addirittura
l’Argentina. Solo i rigori contro la Svezia impediscono alla Romania
di giocarsi la semifinale contro il Brasile, gara che – a detta di
Hagi – la sua squadra avrebbe potuto vincere. Per lui è tempo di
tornare nel grande calcio, sempre in Spagna, e stavolta nella sponda
catalana.

Gica
arriva al Camp Nou allettato dalla possibilità di stare a stretto
contatto con Johan
Cruijff,
all’epoca tecnico di un Barcellona in fase calante. Sa bene che
potrebbe essere l’ultima chance di capitalizzare il proprio talento
in un grande club, ma dopo i fasti dei primi anni Novanta i Blaugrana
iniziano
a cigolare. Il Real Madrid ha recuperato il terreno perduto, e le
valanghe di gol di Ivan Zamorano permettono alle Merengues
di
vincere la Liga del 94-95; l’anno dopo, a conquistare il titolo è
l’Atletico Madrid di Simeone e Penev. Hagi, oramai trentunenne, non
rientra più nei piani di un Barcellona che deve giocoforza rifondare
una rosa dove iniziano a scalpitare i giovani Figo e Guardiola.

Nel
1996 arriva così la chiamata del Galatasaray
di Fatih Terim,
che per puntare in alto decide di non affidarsi esclusivamente a
giocatori locali. Nel giro di poco tempo, inserisce nel progetto
altri veterani della Nazionale romena come Gica Popescu e Iulian
Filipescu, oltre alla promettente punta Adrian Ilie. Ciliegina sulla
torta, il portiere brasiliano Claudio Taffarel. Hagi, leader assoluto
della squadra e inserito in un contesto meno pressante del calcio
spagnolo, riesce finalmente ad esprimere il proprio talento. Il club
di Istanbul domina il campionato turco e riesce persino ad
aggiudicarsi una Coppa UEFA e una Supercoppa Europea. I successi a
livello di club veleggiano accanto ai soliti discreti risultati della
Nazionale romena, della quale è capitano ma che lascia dopo
l’espulsione di Euro 2000 rimediata nei quarti di finale contro
l’Italia.

Gheorghe Hagi si
ritira nel 2001, dopo aver infranto ogni record relativo al calcio
del suo paese. Figura carismatica e probabilmente ineguagliabile,
porta il proprio carattere sopra le righe anche sulle panchine delle
squadre che allena. Non fortunata la sua parentesi da CT rumeno –
mancata qualificazione ai Mondiali del 2002 – e poco brillante il
suo ritorno al Galatasaray, dove si aggiudica la Coppa di Turchia. La
sua ultima esperienza è stata alla guida del Viitorul Costanza,
compagine delle quale è anche proprietario. Il figlio Ianis, classe
’98 in forza alla Fiorentina, avrà ereditato sia il genio calcistico
che il carattere? È auspicabile il primo!


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