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Cassano: "Non mi pento di aver rifiutato la Juve. Totti il più forte"

Antonio Cassano, ex calciatore di Inter, Roma e Real Madrid tra le altre, ha rilasciato un'intervista al Corriere dello Sport. Cassano ha parlato del suo passato, del Bari, della Roma, del Real Madrid, della Sampdoria, dell'Inter, del Milan e della Nazionale.

Sulla sua infanzia: "Come ho cominciato? Per le vie di Bari. In mezzo alle bancarelle del mercato che veniva nel quartiere durante la settimana. Il mercato del pesce. Mi sono messo lì a fare i primi palleggi, le prime partitelle. Forse il primo dribbling l’ho fatto a una cassetta di spigole. Poi il pallone è diventato una routine giornaliera e da lì è nato l’Antonio Cassano che tutti hanno conosciuto. Però è nato sulle pietre, tra i mercati. La mia infanzia? Con mille difficoltà però, in fondo, è stata sempre felice, tranquilla e serena. Mia mamma non mi ha fatto mai mancare niente. Con mille difficoltà, mille sacrifici, lavori un po’ di qua un po’ di là, ma non mi ha mai fatto mancare niente. Nelle piccole cose, nel minimo indispensabile per vivere non mi mancava mai niente. Scuola? Io andavo a piedi. Nel senso che andavo a scuola e speravo che quel giorno, in quel momento ci fosse l’ora di fisica. Sia chiaro: educazione fisica. In ogni caso per me ogni giorno l’orario scolastico prevedeva cinque ore di ginnastica, perché andavo in palestra, anche se non potevo, e giocavo a pallone. Poi arrivavano le sospensioni a destra e a sinistra però per me era educazione fisica ogni giorno, ogni mese, ogni anno. Da bambino, quando avevo nove o dieci anni e iniziavo a capire qualcosa, la mia squadra del cuore era l’Inter dei tedeschi."

Sul Bari: "Un giorno arriva Michele Gravina e mi dice: “Tu devi venire a fare un provino al Bari”. Mi ha visto una volta allenare con i ragazzini del Bari e mi ha fatto firmare immediatamente. Sono arrivato in nazionale e al Real Madrid, ma tutto è cominciato perché uno che capiva di calcio ha visto un ragazzino dei quartieri popolari di Bari tirare calci a un pallone. Così è la vita. Mi hanno preso a undici anni e da lì è iniziata la trafila al Bari. Avevo una sola paura: girava la voce che diceva: “Eh ma lì giocano i figli dei raccomandati, quelli che lavorano al supermercato e i figli degli avvocati”. Avevo paura, pensavo: “vengo dai quartieri popolari, non conosco nessuno, vuoi vedere che non mi faranno giocare mai?”. Però appena sono arrivato ho fatto capire come era la situazione. Giocava chi era più forte, e quindi giocavo sempre io. Primo gol al Bari? In ogni campionato giovanile ho giocato essendo un anno avanti. Ho scalato in fretta le categorie. Poi a quattordici, quindici anni sono andato in Primavera, ma sono stato fermo un anno per la pubalgia. Ricordo l’esordio possibile a sedici anni con il Perugia: due minuti e mezzo alla fine, la palla non usciva mai. Mi ricordo ancora: avevo il 29 dietro la maglia e la palla non voleva maledettamente mai uscire. Mancavano due minuti e mezzo, non è mai uscita la palla. Avevo sedici anni. Contro l'Inter? Mi ricordo che avevo fatto una grande partita, però avevo sbagliato due o tre gol e mi stavo dannando l’anima. Nella mia testa dicevo: cavolo Enyinnaya ha fatto un gran gol in un momento chiave contro una grande squadra: mi sa che a lui passa il treno e a me no. Fino al momento in cui Perrotta mi ha fatto un gran lancio, ho agganciato la palla con il tacco, mi è venuto tutto istintivo, l’ho portata avanti, ho visto in velocità arrivare Panucci, sono andato verso il centro sterzando, stavo anche scivolando, sono andato ad incrociare la palla e ho segnato. Segnato il gol."

Sulla Roma: "Io avevo l’occasione di andare alla Juve però, quando ho iniziato a giocare, ammiravo molto il Pupo, Francesco Totti. Era il giocatore che in quel periodo, in serie A, era diverso da tutti gli altri. Era il più forte di tutti e io mi rivedevo in lui. Dovevo andare alla Juve però quando c’è stata l’offerta dei giallorossi ho detto al mio procuratore dobbiamo andare a Roma assolutamente. Non mi importa della Juve. Sono andato a Roma solo ed esclusivamente per giocare con Totti. Siamo diventati Amici? Spiegami come non si può diventare amici di Francesco. E’ una cosa impossibile. Mi ha dato molti consigli. Consiglio che ho sbagliato a non seguire? Stavamo trattando il rinnovo del mio contratto, era un momento di difficoltà tra me la società e lui mi disse “Antò ricordati: meglio guadagnare meno ma essere felici che andare da qualche altra parte del mondo e non essere sereno al cento per cento”. Infatti sono andato al Real Madrid e dopo un anno e mezzo sono andato via. Ero sedotto dall’offerta del Real ma all’epoca, se avessi ascoltato il consiglio di Francesco, probabilmente sarei rimasto a Roma per dieci, quindici anni insieme a lui. Quello è stato il consiglio che mi ha dato e che dovevo ascoltare. Però al mio solito sono andato d’istinto, di testa mia. Ho sbagliato."

Sul Real Madrid: "Perchè ho lasciato il Real? Volevo tornare a casa, in Italia. Perché mi mancava tremendamente l’Italia, mia mamma non stava bene a Madrid, faceva fatica nell’ambientarsi lì. C’era l’opportunità di tornare in serie B alla Juve. Per la seconda volta l’ho rifiutata e sono andato alla Sampdoria perché, come ho sempre detto, la Juve è una bella donna ma non mi prende. Io sono fatto così."

Sulla Sampdoria: "Come mi sono trovato? Benissimo, ho trovato nel mondo del calcio la persona umanamente più grande che si possa trovare: il presidente Riccardo Garrone. Era una persona… non ho aggettivi per descrivere la bontà, l’umanità, di questa persona. Era il padre che avrei voluto avere."

Sull'Inter: "L’Inter è sempre stata la squadra del mio cuore, sono sempre stato interista. Ho spinto perciò come un matto, quando dovevo andare dal Milan all’Inter, perché volevo a tutti i costi la maglia nerazzurra. Ho fatto una buona stagione, con nove o dieci gol. Poi arrivò quel santone di Mazzarri, che si sveglia la mattina e vuole fare quello che sa tutto, e all’inizio mi disse, perché avevamo lo stesso procuratore, che non c’erano problemi con me. Poi, appena firmato, dichiarò: “Cassano è il primo che deve andare via”. Ho sentito allora Moratti, altra persona fantastica che ho trovato nel mondo del calcio, che mi disse “Antò, sono in difficoltà, Mazzarri mi ha detto che te non rientri nei piani della squadra”. Io, siccome Moratti è una persona da rispettare, ho detto “Presidente non c’è problema, mi trovo una squadra”. Sono andato via senza polemica, perché non c’era motivo di farne. Perché se oggi mi chiedessero: Antonio qual è la squadra migliore nella quale tu ti sei trovato? Dove eri felice? Io risponderei l’Inter. Perché era gestita in una maniera fantastica da Marco Branca e Piero Ausilio. L’Inter per me &egr
ave; stata la piazza migliore, tra le grandi squadre. Delle piccole invece è stato il Parma."

Sul Milan: "Galliani stava per vendere Ronaldinho e gli è venuta l’idea geniale di propormi due anni e mezzo di contratto. Io ho accettato subito perché era una squadra con tanti campioni e si poteva vincere finalmente un campionato. In quell’epoca io volevo vincere, volevo avere la goduria di vincere finalmente un campionato. E ci sono riuscito."

Sulla Nazionale: "Come mi sono trovato con Prandelli? Bene. Mi aveva chiamato dopo sei mesi dall’operazione al cuore e avevo fatto solo due partite. Però aveva grande fiducia in me, abbiamo fatto un Europeo super e poi anche il Mondiale. Ero in difficoltà, ma avevo fatto un po’ di partite buone, mi ha chiamato anche lì. Si è sempre comportato bene con me. E’ sempre stato corretto."


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