Seguici su

Serie A

Sassuolo, Acerbi: "Milan? Avevo già perso in partenza. Leicester o Inter? Inter"

acerbi sassuolo roma

Sassuolo, alla vigilia della gara contro il Milan, valida per la 26^ giornata di Serie A, ha parlato l'ex difensore dei rossoneri Francesco Acerbi.

Sul passato: "Fare serata è stato un chiodo fisso. Aperitivo, ristorante, discoteca, rimorchio, Verona-Milano andata e ritorno anche solo per una cena, cavolata compresa: una volta nella nebbia portiera dall’auto e guardrail fecero amicizia. Finita qualsiasi partita ero fuori dalla doccia dopo 5’ e non c’erano né santi, né infortuni. Più volte sono andato ad allenarmi dopo aver dormito due ore, ma nessuno poteva dirmi nulla: quando si correva c’ero io davanti a tutti, e andavo il triplo degli altri.  Sono diventato fan di Masterchef durante la chemio: lo guardavo per farmi venire fame, se un piatto mi ispirava mettevo in mezzo mio fratello: “Chicco, vai a comprare gli ingredienti: ci proviamo”. Avevo già avuto un maestro a Reggio Calabria, il mio coinquilino Lorenzo Burzigotti. Da allora mi arrangio, e senza i consigli della mamma: per spiegarmi una ricetta ci mette sei ore e le metto giù il telefono. Tumore? Molto peggio la prima della seconda volta. Quella parola non osavano dirmela. La seconda volta fu una sfida. Chemio? Andavo all’Hollywood lo stesso, tanto non mangiavo, non dormivo e alle ragazze andavo bene comunque. Paura, oggi? No. Mi hanno spiegato che potrò essere padre. E se proprio dovesse arrivare un’altra recidiva, arriverà. Mi dispiacerebbe per mia mamma: fra me e la morte di papà ha già sofferto abbastanza."

Sull'avventura rossonera: "Dopo i video di Weah e le partite in curva da tifoso, il Milan diventò obiettivo un giorno a Pavia, seduto sul divano davanti alla tv. Inquadrarono la panchina rossonera e la tribuna vip di San Siro e mi dissi: “Io voglio giocare lì”. Due anni dopo ero lì, ricordo l’abbraccio con mia mamma dopo la firma in via Turati. Ce l’avevo fatta pur non essendo un santo. Mi sentivo arrivato. E sparai: “Starò qui dieci anni”. Con la testa di adesso avrei potuto, ma vivevo nel mio mondo fatto di alibi, 4-5 chili sovrappeso: mi scivolava addosso tutto, anche le frasi di Allegri e di Galliani, che pure sapeva come parlarmi e non avrebbe voluto mandarmi via. Avevo già perso in partenza. Ma nonostante tutto il Milan non è un ricordo doloroso, se ci ripenso mi dico “Ma che peccato” come quando feci il viale di Milanello per l’ultima volta. Sì, ero ancora acerbo: di cognome e di fatto."

Sugli Europei del 2016: "Di Conte non parlerò mai male e non mi doveva spiegazioni, però star fuori dall’Europeo fu una botta: pensavo di essere fra i 23. Forse è per questo che tornare in Nazionale sarebbe un motivo d’orgoglio: ma non è un’ossessione. Ci credo perché al Mondiale manca tanto, do il massimo da tre anni e darò ancora di più, ma se Ventura continuerà a non chiamarmi, amen."

Su Berardi: "Ogni tanto mi chiedo: perché non è già al Real Madrid? In Italia uno con la sua qualità non c’è e ora gli è pure cambiata la testa da così a così. Il talento no: fantastico era, fantastico è. Come la sua velocità di pensiero: capisce la giocata prima e usa quella frazione di secondo per fregarti. Ha pure rischiato di fregarsi da solo, con le sue reazioni in campo: quante volte gli ho dovuto dire “Bera, se fai così ti etichetti per sempre”. Sul futuro no, zero consigli: non si sentiva pronto per il salto e voleva farlo alle sue condizioni. Adesso sì. Non andrebbe mai dove gli dicono gli altri. La Juve lo sa? Appunto. E l’esempio di Zaza non è stato di sicuro una spinta."

Sul rifiuto al Leicester: "Leicester? Era una buona chance: il fascino della Premier League, avrei giocato la Champions. Sentii Ranieri tre volte, fui molto chiaro: “Se il Sassuolo apre la porta vengo volentieri, altrimenti nulla: non vado allo scontro per andarmene a gennaio con un club a cui devo solo tanta riconoscenza”. Fosse stato l’Arsenal, chissà… Ora non so se mi ricapiterà la stessa chance: non arrivo a pensare fino a giugno e non è neanche scontato che lascerò il Sassuolo. Leicester o Inter? Scelgo l’Inter, tutta la vita."

Sul padre: "Era una sfida perenne, che cominciò con il calcio. Era patito di motocross, non gliene fregava nulla che giocassi, ma se perdevo o facevo schifo mi stava addosso. Un po’ mi buttava giù: a 15 anni rischiò di farmi smettere, continuai solo per provocarlo. Il 31 gennaio 2011, quando mi prese il Genoa, gli tirai il foglio con il contratto: “Non ci credevi: visto?”. Se gli mancavo di rispetto si arrabbiava, quella volta rimase zitto. Morì poco più di un anno dopo, era malato di cuore: passati quattro mesi andai al Milan, e quanto mi mancò lo stimolo di non farmi rompere le palle da lui. Mi chiamano leone e io chiamo quasi tutti così: lo dico in continuazione. Se non ti fidi di me, se non mi dai una lira, l’istinto è quello: dimostrarti che poi finisce come dico io. Mi è successo nel calcio, mi è successo con la malattia, e ora so come faccio a vincere: è quando capisco che non sto sfidando un avversario, ma soltanto me stesso."

 

Commenta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Di più in Serie A