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C'era una volta

C’era una volta… Alvaro Recoba, il mancino che fece innamorare Moratti

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Un disegno divino. Una preghiera nel momento del bisogno. Un arcobaleno dopo una tempesta. Una ragnatela che gioca a nascondino sotto l'incrocio dei pali, e che perde.
Dodici lettere, sei sillabe, due parole, un solo piede: Alvaro Recoba.
Nasce dove nascono chi con la palla tra gli arti inferiori ci sa fare troppo. A Montevideo, in Uruguay, 41 anni fa, mamma Rafa calcia un tiro sinistro all'umanità: e niente che abbia a che fare con nessuna diavoleria, perché, anzi, dà alla luce un prodigio che il mondo accoglie quando gli dei del calcio sono in vena di fare regali.
Nessun particolare sforzo, alcun clamoroso sacrificio. Solo una videocamera al posto giusto e nel momento giusto. La stessa che cattura istanti che valgono una carriera intera: quella cassetta arriva dritta nel registratore di zio Moratti, che riconosce da subito il suo nuovo nipote acquisito e se ne innamora. Dribbla come Maradona, dipinge come Dalì e arriva a Milano come può: l'Inter, casa.
È un caldo agosto del '97. Il cielo è sereno sopra San Siro, ma le rondini che volano sono in campo, perché Hubner vale il 2 fisso del Brescia al Totocalcio. Simoni, in bilico in panchina nonostante un attacco di un altro pianeta neanche minimamente vicino a quello terrestre, ha la carta luminosa. Come la lavagnetta del quarto uomo che introduce Recoba per la sua primissima. Gioca lontano dalla porta: un ostacolo che non lo fermerà. È doppietta, da 25 e da 30 metri. Anche su punizione, e quanti ne farà ancora da palla da fermo. Velenose, puntuali, totali: le sue dita del piede mancino profumano di arte, poesia e musica.

Ma Alvaro è anche un condizionale passato. Un cosa sarebbe potuto essere che giganteggia su quello che concretamente è stato: formidabile nella sua pienezza, ribelle per la sua genialità. Spesso incostante, ma quando non lo era, c'era da portarlo a teatro.
Poi Venezia. Come la gondola più comoda per mantenere a galla una squadra e una città destinata alla B.
Poi ancora i nerazzurri per otto, lunghi anni. Magie, passaporti, punizioni e allenatori. Un talento mai esploso del tutto, e nessuno può dirgli niente. Perché quelli come lui o si odiano o si amano.
Infine il Nacional, nella sua terra. Dove saluta il calcio giocato e spacca il cuore di migliaia di tifosi che ad Alvaro Recoba sono rimasti sempre affianco.
Tanti auguri El Chino!


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