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Core de 'sta città, unico grande amore: Francesco Totti, Roma addio

Totti lancia la sua maglia nello spazio

C’era una volta Francesco Totti: l’ultima all’Olimpico del capitano giallorosso, quel 10 che non se ne andrà mai da Roma

Francesco Totti. E potremmo chiuderla qui. Perché ci vuole poco a perdere le parole, anche se ce le avevate qui fino ad un attimo fa. Ma niente paura: la vita è fatta pure di silenzi, di sguardi persi nel vuoto e battiti cardiaci scanditi da giri di lancette e tacchetti da calcio.
Una grandinata di emozioni, una pioggia di ricordi, un uragano di pensieri che prendono casa e che si chiudono a chiave: il suo addio è una tempesta, di quelle annunciate al telegiornale e che suggeriscono di rimanere al sicuro. E allora ecco che ci riversa tutti allo stadio, a fare il pieno di scorte che si traducono in attimi fuggenti e momenti incancellabili.
Era un nitido 28 marzo del 1993: mentre gli 883 lanciano sul mercato discografico “Sei Un Mito”, Carletto Mazzone butta nella mischia un ragazzino di 16 anni, che da quel terreno verde di Brescia inizia a spiegare il calcio senza smettere fino al più sbiadito dei 28 maggio del 2017. Max Pezzali ci aveva visto lungo, e non possono essere solo banali coincidenze.
Il 21 che porta dietro la maglia, in quell’esordio al Rigamonti, è solo un numero come tanti: leggero, ma nel vestito migliore. Che anno dopo anno, gol dopo gol, diventa un 10: pesante, perché figlio di Roma da cui il cordone ombelicare non si è mai voluto staccare. Una sola anima con la città per 24 lunghe primavere e quei colori, gialli e rossi mai traditi, che lo hanno preso per mano e insegnato a stare al mondo.
Nel mezzo del cammin della sua vita, 316 gol che la diritta via fu tutt’altro che smarrita. Una divina carriera che di dantesco, in questo pomeriggio dalla selva oscura, ha sicuramente l’inizio dell’Inferno: quello dell’ultima volta in campo. All’Olimpico, a casa sua.
Ma non solo reti gonfiate e passaggi disegnati a memoria. Anche occhi: non veniteci a dire che ne preferite un paio sensuali ed hollywoodiani a quelli azzurri, come i Mondiali del 2006, che fissano la palla, ferma sul dischetto, pronta ad affondare l’Australia e a mandarci dritti ai quarti di finale contro l’Ucraina. Anche calci, come quello rifilato a Balotelli: irriverente, subdolo, ingeneroso. Mario eh, non l’intervento da dietro. Anche sputi, come quello che centrò Poulsen e che non deve far emergere finti moralismi: si faccia avanti chi non ha goduto, si contano sul palmo di una mano.
Roma-Genoa e poi il triplice fischio. Per lui e per i manuali di Storia del Calcio italiano, sotto il caldo della capitale: con in testa un po’ di sole ed in bocca, ancora una volta, l’ultima, il pollice come esultanza che ha preso e fatto sua. Ricordatelo come e quanto preferite: per soprannome, quel Er Pupone come compagno di avventure; per modi di fare, quel “mo je faccio er cucchiaio” come stile di vita; o più sinteticamente per quello che è stato, è e sarà per la Magica.
Dopotutto ci sono vite che càpitàno, con l’accento che siete liberi di metterlo dove volete. Francesco Totti. E abbiamo davvero chiuso qui. Grazie!
 

Fonte foto: www.imagephotoagency.it

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