C'era una volta

C’era una volta…Fabio Capello, l’uomo dalle mille sfide

Fabio Capello allenatore

18 giugno 1946. A Pieris (frazione San Canzian d'Isonzo)  nasce Fabio Capello. Un nome che per chi ama il calcio è un’istituzione. Un allenatore capace di cambiare il mondo del pallone, ma senza stravolgere nulla, cosa possibile solo per chi ama questo sport e lo vive come qualcosa che sia più di un semplice gioco.

L’avventura calcistica di Fabio Capello inizia con gli scarpini ai piedi. Nipote di Mario Tortul, ala di serie A e delle Nazionale Italiana tra gli anni cinquanta e sessanta, comincia a tirare i primi calci al pallone nella squadra della sua città natale. La qualità c’è e si vede, l’intelligenza tattica non manca ed è facile preda di un occhio esperto.

E l’occhio esperto si fa presto vivo, ed arriva da Ferrara. È Paolo Mazza, osservatore della Spal, che intravede in un Capello appena 16enne il futuro della sua squadra. Dopo due anni nelle giovanili, arriva il momento dell’esordio in serie A con i biancoazzurri. E così, il 29 marzo 1964 contro la Sampdoria inizia l’avventura di Fabio Capello nel calcio che conta, un connubio che ancora oggi non conosce la parola fine.

Dopo 3 anni, è il momento del grande salto. Nel 1967 arriva infatti la chiamata dalla Roma, che per 260milioni di lire porta Capello all’Olimpico. Con la maglia giallorossa si toglie le prime soddisfazioni, quella del primo trofeo, la Coppa Italia 1968-69, e quella della prima rete in serie A contro la Juventus nella vittoria per 1-0 del 5 novembre 1967.  Sono 3 le stagioni che Capello vive all’ombra del Colosseo, dove si lega con un ambiente caloroso come pochi ed esigente come nessuno. Ma nel 1970 arriva il momento di cambiare aria. La Juventus lo acquista, e lo rende parte integrante di un ingranaggio vincente. A Torino Fabio vince 3 scudetti (1972,1973, 1975) e si guadagna la convocazione con la Nazionale Italiana, con la quale collezionerà 32 presenze e 8 reti. Diverse le emozioni con la maglia azzurra, una su tutte: il gol a Wembley il 14 novembre 1973, con cui regala all’Italia una storica vittoria contro l’Inghilterra. Il 1976 è l’anno dell’addio alla Juventus, per accasarsi al Milan. Con la casacca rossonera conclude la propria carriera a 34 anni, non prima di aver vinto una coppa Italia nel 1977 e uno scudetto del 1979.

Appesi gli scarponcini al chiodo, inizia un’altra parentesi per Capello, quella da allenatore, quella che rende il suo ricordo imperituro nella memoria degli amanti del calcio. Muove i primi passi da mister nella Primavera del Milan, club che lo lancia come allenatore professionista alla fine della stagione 1986-1987, per sole sei partite in sostituzione dell’esonerato Niels Liedolm, per poi salire in cattedra come nuovo comandante dopo la fine del Milan stellare di Arrigo Sacchi. Le perplessità sono molte, le aspettative ancor di più, ma Capello ha in sé uno spirito vincente che lo porterà nell’Olimpo degli allenatori nel giro di qualche stagione. In 5 anni, dal 1991 al 1996, Capello si aggiudica 4 scudetti e una Coppa dei Campioni, di cui disputa altre due finali senza successo. È questo il  Milan degli invicibili, soprannominato così per i 58 risultati utili consecutivi inanellati in serie A. Un risultato che fa ottenere dal tecnico di Pieris le attenzioni dei maggiori club europei.

Tra questi è il Real Madrid che lo ingaggia, per far tornare galactica una squadra che aveva concluso da quinta in classifica la stagione precedente. Al primo colpo è subito Liga per Don Fabio. L’ inizio di una storia d’amore che ha vita breve, per via di una telefonata. Perché Capello ha in testa sempre il Milan, e quando Berlusconi lo chiama per chiedergli di risollevare un Diavolo in caduta libera, lui non se la sente di dire di no. La seconda avventura coi rossoneri però si conclude presto, con un decimo posto che lascia sconsolati sia i tifosi sia il tecnico friulano, che decide di fermarsi un anno a riordinare le idee. È la Roma che lo chiama al proprio dovere di profeta del pallone, con Franco Sensi che vuole dare una guida solida alla sua squadra dopo la sregolata conduzione di Zdenek Zeman. Al secondo anno, avuti innesti del calibro di Batistuta ed Emerson, porta la Roma a vincere il terzo scudetto della sua storia nel 2000-01. Rimane con i giallorossi fino al 2004, collezionando una Supercoppa Italiana, 2 secondi posti ed una finale di Coppa Italia. e soprattutto, quello per cui forse i tifosi romanisti gli sono più grati, vanta i 7 derby vinti in 5 anni, tra campionato e coppa nazionale. Un legame già forte con il Capello giocatore, divenuto indissolubile con il Capello allenatore. Eppure, Fabio commette lo stesso errore di quando il campo lo calpestava. Commette la stessa scelta di un quarto di secolo prima.

Il 27 maggio 2004 approda alla Juventus. Una decisione che non è mancata dal lasciare diversi strascichi polemici, anche perché lo stesso tecnico aveva espressamente detto come non avrebbe mai allenato il club bianconero. Rimarrà storico il suo ritorno all’Olimpico in occasione di Roma- Juventus del 5 marzo 2005, nel prepartita della quale lo speaker non lo annuncia (stesso trattamento anche per Emerson). Vince 2 scudetti in 2 anni, entrambi poi revocati nello scandalo di Calciopoli. Capello non segue la Juventus in serie B. Per lui è tempo di un altro ritorno. Il Real lo richiama a Madrid con un compito importante: conquistare la Decima. L’allenatore friulano non riesce a conquistare quella Champions League che anche a Torino gli avevano chiesto con insistenza. Regala però ai tifosi blancos una Liga, nono titolo nazionale nel palmares personale per Fabio. Dura però solo un anno la sua seconda parentesi a Madrid, in cui non è mai scoccata la scintilla né con l’ambiente né con i calciatori. Al Real mette fuori rosa gente come Cassano, Ronaldo, Beckham. Segno di un uomo che non ha paura di prendere decisioni importanti.

Per un professionista che si rispetti, gli stimoli sono il pane quotidiano. Fabio Capello arriva ad un punto, conclusa l’esperienza con il Real Madrid nel 2007, in cui ha vinto tutto a livello di club. Ciò che serve per mantenersi sempre tra i migliori sono le continue motivazioni. Una occasione per mettersi ancora alla prova gliela offre il 14 dicembre 2017 la Football Association proponendogli la panchina della nazionale dei Tre Leoni dopo aver mancato la qualificazione ad Euro2008. Come ct inglese si conferma vincente come pochi, guadagnando il record della più alta percentuale di vittorie (66%) sul numero di partite disputate. Lascia il suo incarico a sorpresa, alla vigilia di Euro2012, per la mancata presa di posizione decisa della FA in merito al caso Terry. Ma come sempre, il nome di Fabio Capello fa gola a molti, e nel giro di pochi mesi trova una nuova panchina. ancora una Nazionale, questa volta la Russia, gli offre la propria panchina e carta bianca per ripartire dalle ceneri del progetto precedente. La sua esperienza dura di fatto fino al Mondiale in Brasile, con l’uscita alla fase a gironi, in una delle pagine più anonime della sua magniloquente carriera.

Un fuoriclasse della panchina, un amante di questo sport oltre che uno dei massimi esperti italiani e non di calcio. Un vanto per il nostro calcio, un’eccellenza italiana nell’universo calcistico a cui il presidente dell’Inter Zhang Jindong ha proposto la panchina del suo Jiangsu Suning. Un progetto innovativo, per un allenatore plurisettantenne ma affamato di novità come un apprendista della panchina. Una proposta a cui non ha saputo proprio dire di no. Perché Fabio Capello è fatto così: più una sfida è difficile, più lo affascina. Un tratto tipico dei vincenti. Ed è anche per questo forse, che ha vinto tutto quello che c’è da vincere.


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