C'era una volta

C'era una volta… Andrij Shevchenko: il vento dell'est che gela i portieri

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Compie 41 anni uno degli attaccanti più forti e completi che il calcio italiano ricordi. Pallone d'oro e simbolo di un'epoca del Milan, secondo bomber rossonero di sempre

Gli occhi di ghiaccio prima del rigore decisivo a Manchester. Quelli brillanti, mentre solleva il pallone d'oro a San Siro. Quelli increduli, di fronte alla surreale parata di Dudek al supplementare di Istanbul. Quelli lucidi, mentre dalla curva Sud assiste insieme ai tifosi a Milan-Roma 2-1. È il 14 maggio 2006, e Sheva ha il cuore rotto di chi sa che è l'ultima volta. Sono tante le istantanee simbolo della carriera di Andrij Shevchenko. Così tante che ad elencarle tutte si rischia di cancellare la pellicola che le unisce. Una sequenza unica di emozioni, trofei, gioie, dolori. E gol. Tanti gol. Così tanti che fanno di Sheva il secondo marcatore della storia del Milan.
È il 5 novembre 1997 e al Camp Nou il Barcellona ospita la Dinamo Kiev del colonnello Lobanovsky per la fase a gironi della Champions League. Negli ucraini in attacco c'è Rebrov, talento puro e in rampa di lancio. E poi c'è un ragazzo che ha appena compiuto 21 anni e che 11 anni prima era stato scartato per non aver superato una prova di dribbling. Si chiama Andrij Shevchenko, ma nemmeno il tempo di imparare a pronunciarlo bene che lui fa uno, due, tre a zero. Finisce 4-0 con la chiosa di Rebrov, ma gli occhi sono tutti per il “diamante” (così lo chiamava Lobanovsky) dai capelli biondi e cortissimi. Tanto che Italo Galbiati, storico osservatore del Milan, manda un fax a Milanello. “Forte fisicamente, veloce, rapido, calcia bene con entrambi i piedi. Sono rimasto impressionato: è da Milan“.


È l'inizio di un lungo corteggiamento che sfocia nel matrimonio un anno e mezzo più tardi. Shevchenko arriva con le stimmate del predestinato in un Milan fresco dello scudetto vinto in rimonta sulla Lazio, ma bisognoso di una sostanziosa rifondazione. L'impatto di Sheva sul campionato italiano è devastante. Gol all'esordio a Lecce, triplette a Lazio e Perugia e primo posto nella classifica marcatori con 24 gol. È il secondo straniero, dopo Platini, a riuscire nell'impresa all'esordio. A fine anno il Milan è terzo, staccato da Lazio e Juventus: ma ha trovato il simbolo attorno al quale costruire un nuovo ciclo vincente.
Nelle stagioni successive Shevchenko continua a meravigliare e segnare con una costanza e una varietà di colpi impressionanti. Ma è quando Silvio Berlusconi decide di puntare sul “non vincente” Carlo Ancelotti che le qualità di Sheva si convertono in trofei sulle bacheche di Milanello. Nel 2003 il Milan vince la Coppa Italia nel doppio confronto con la Roma (1-4 all'Olimpico, 2-2 a San Siro), ma soprattutto la Champions League nella finale tutta italiana con la Juventus a Manchester. Shevchenko è reduce da una stagione condizionata da un grave infortunio al menisco, ma il rigore decisivo non spetta a nessun altro.

È l'apice della carriera per Sheva, che in breve tempo vince anche Supercoppa Europea, scudetto, classifica marcatori, supercoppa Italiana, pallone d'oro e tanto altro ancora. Subisce anche, insieme a tutto il Milan, l'onta del tonfo di Istanbul, stavolta sbagliando il rigore. Fino a quel 14 maggio 2006 con le lacrime in curva Sud e la scelta di proseguire altrove, a Londra, al Chelsea, dall'amico Abramovic. Sheva non è più stato lo stesso lontano da Milano. E nemmeno al ritorno, per la breve e deludente parentesi del 2008-2009. Un capitolo mal riuscito che non cancella uno dei romanzi più belli che i tifosi del Milan hanno avuto il privilegio di gustarsi nei primi anni del nuovo millenio.
Sheva, che in ebraico vuol dire sette. Come quel numero troppo pesante per chiunque sia arrivato dopo di lui. E che al Milan significa tanto, come le Champions League vinte. Che mancano, tanto. Sia Shevchenko che la Champions. Un giorno tornerà, la Champions, nelle bacheche milaniste. Ma trovare un altro Sheva, un altro “sette” così, sarà impresa ancor più ardua.
Tanti auguri vento dell'est!


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