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"Non vado a chiedere in giro come si para: faccio da solo"

Io non chiedo in giro come si para: faccio da solo“. Gianluigi Buffon aveva 17 anni quando Nevio Scala scelse lui per difendere i pali del Parma, sguarniti dall’infortunato ed esperto Luca Bucci. Di fronte c’era il Milan di Baggio e Weah, lanciato verso il quindicesimo titolo della sua storia. Ma un ragazzone di Carrara aveva tutte le intenzioni di sbarrargli la strada. L’esordio da sogno è servito, i rossoneri tornano a casa a reti bianche e la sensazione che una maledizione stregasse la porta gialloblu. Una maledizione con un nome familiare: Buffon.
Ma non ditelo a lui. “Lorenzo Buffon? Era il cugino di mio padre. Ma no, io non chiedo in giro come si para. Faccio da solo“. Ventitré anni di carriera, nove scudetti e il mondiale di Berlino, in questo, non hanno cambiato Gigi e le prime – di una lunghissima serie – dichiarazioni davanti alla tv. Buffon, che non va a chiedere in giro come si para, ma neanche come si parla. Buffon fa da sé, nel bene e nel male.
Rimanere indifferenti mentre comunica il proprio addio al calcio (o per meglio dire: addio al calcio con la maglia della Juventus, perché sul resto è rimasto un po’ vago) è da “insensibili“. Molto più di quanto non sia stato l’arbitro Oliver, nel momento in cui ha assegnato il rigore che ha spento l’ultima speranza di Champions League nella carriera di Buffon. E sarebbe ingiusto, di una carriera gloriosa, conservare l’istantanea della crisi di nervi al Bernabeu, dei bidoni dell’immondizia, della Sprite e dei fruttini.
Buffon avrebbe potuto – e non l’ha fatto – ritrattare, modulare. Spiegare che la lucidità in certi momenti è un bene di lusso che sfugge di mano. Ha scelto di non farlo. Noi non cancelliamo questa pecca, ma sulla copertina della sua storia scegliamo un’immagine diversa. 
È il 13 novembre e San Siro è vestito a festa. In palio, per la Nazionale, c’è la qualificazione a Russia 2018, in un match da dentro o fuori, dopo la disgraziata sconfitta dell’andata in Svezia. Le cose non vanno come tutti speravano, come tutti speravamo. Come sperava Gigi, che 11 anni prima era stato tra gli eroi di Berlino e che un mondiale non lo rivedrà più, almeno da giocatore. Nel fuggi fuggi generale, un ragazzone di Carrara si presenta davanti alle telecamere in lacrime. Non chiede in giro come deve parlare. Fa da solo.

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