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C'era una volta

C'era una volta…Vujadin Boskov, l'allenatore dello Scudetto blucerchiato

Avrebbe compiuto oggi 87 anni l’allenatore serbo, campione d’Italia con la Sampdoria nel 1991, che con il suo stile e la sua ironia rimane icona del calcio italiano a cavallo degli anni ’80 e ’90

Nell’immaginario collettivo ci sono personaggi trasversali, capaci di trascendere il campo semantico strettamente correlato al loro lavoro o al loro campo di studi, che grazie alla loro singolarità, al loro carisma e alla loro brillante determinazione fanno breccia a tutti i livelli sociali, diventando icone inimitabili. Forse è proprio questa la chiave del loro successo, forse è proprio per questo che Vujadin Boskov è da ormai 30 anni uno degli uomini del mondo del calcio più amati e rispettati anche da chi il calcio lo mastica poco. Sarà per l’incredibile, primo e sinora unico nella storia del club, Scudetto vinto con la Sampdoria, sarà per il suo modo di parlare, così guascone con quell’accento slavo sempre in bilico tra serietà marziale e voglia di sdrammatizzare l’eccessiva pressione che da sempre pervade l’italico pallone, che ha fatto entrare di diritto nella storia non solo del calcio ma anche del costume italiano alcune sue dichiarazioni alla stampa ormai mitiche: “Rigore è quando arbitro fischia”; “Pallone entra quando Dio vuole”; “Un 2-0 è un 2-0 e quando fai 2-0 vinci”. Oggi, l’indimenticato e indimenticabile tecnico, avrebbe compiuto 87 anni.

La perdita del fratello e la carriera da calciatore

Vujadin nasce a Begec, alla porte di Novi Sad, il 16 maggio 1931 dove vive un’infanzia serena dando i primi calci ad un pallone insieme a suo fratello Alexandre, di 5 anni più grande. Inizia a mostrare i primi colpi da centrocampista ordinato e con buona visione di gioco che sarebbe diventato.  Neanche la Seconda Guerra Mondiale risulterà traumatizzante nella vita del giovane Vujadin quanto la scomparsa, nel 1943, del suo amato fratello Alexandre a causa di una meningite fulminante.
Terminata la Guerra, nel 1946 Boskov viene tesserato dal Vojvodina, la società calcistica più importante di Novi Sad, e qui vi rimarrà per ben 15 anni . Solo dopo il compimento del 30esimo anno di età, secondo le leggi vigenti nella Jugoslavia di allora, i calciatori jugoslavi potevano andare a giocare all’estero e così nell’estate del 1961 si trasferisce in Italia per giocare nella Sampdoria, squadra che avrà un’importanza capitale anche in un’altra fase della sua vita. La sua prima esperienza in quel di Genova durerà una sola stagione nella quale collezionerà 13 presenze condite da una rete, prima di trasferirsi in Svizzera, allo Young Boys di Berna, dove nelle due stagioni di militanza in giallonero sarà uno dei primissimi pionieri della figura dell’allenatore-giocatore assolutamente innovativa per il calcio degli anni ’60. Collezionerà ben 57 presenze con la maglia della nazionale dei “brasiliani d’Europa” jugoslavi vincendo la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Helsinki nel 1952, perdendo la finale contro la grande Ungheria del suo idolo d’infanzia Nàndor Hidegkuti.

Gli esordi in patria da allenatore e i primi successi olandesi

A 33 anni, nel 1964, torna al Vojvodina come allenatore e nella stagione 1965/66 porta il club a vincere il primo titolo nazionale della sua storia, sopravanzando corazzate storiche del calcio slavo come la Stella Rossa, il Partizan e la Dinamo Zagabria. Dopo 7 stagioni alla guida dei biancorossi viene promosso al ruolo di commissario tecnico della Jugoslavia fallendo l’obiettivo di qualificarsi all’Europeo 1972 nello spareggio contro l’Unione Sovietica.
Smaltita la delusione nazionale, nel 1974 si trasferisce in Olanda, all’Ado Den Haag, dove vince la Coppa d’Olanda nella prima stagione e raggiunge i quarti di finale di Coppa delle Coppe nella stagione successiva. I notevoli risultati ottenuti con il modesto club di l’Aia convincono il Feyenoord ad ingaggiarlo ma le seguenti due stagioni in quel di Rotterdam saranno avare di soddisfazioni: raggiungerà il quarto posto in classifica il primo anno e solamente il decimo posto la stagione successiva.

Il periodo spagnolo e l’arrivo in Italia

Lasciata l’Olanda nel 1978 anche a causa di una nuova e più stringente legge sugli extracomunitari, Boskov decide di accettare la proposta del Real Saragozza, squadra neo promossa in Liga che sotto la sua guida tecnica raggiungerà una tranquilla salvezza chiudendo il campionato al 14esimo posto. L’ottima prova offerta al primo anno di Liga gli schiude le porte del Real Madrid dove in 3 stagioni sulla panchina dei Blancos vincerà un Campionato e 2 Coppe del Re, oltre a perdere l’ultima finale di Coppa dei Campioni nella storia del Real Madrid nel 1981, a Parigi, contro il Liverpool. Terminato il triennio madridista, nell’estate 1982 firma un contratto biennale con lo Sportin Gijòn con il quale conquista un ottavo e un tredicesimo posto in Liga, prima di approdare all’Ascoli nella stagione 1984/85 senza riuscire ad evitare la retrocessione dei marchigiani in Serie B salvo vincere subito il Campionato cadetto la stagione successiva riportando il club del vulcanico Presidente Costantino Rozzi in Serie A.

Il periodo d’oro alla Sampdoria

Da un’intuizione del compianto ex Presidente della Sampdoria Paolo Mantovani, Boskov nell’estate 1986 si siede sulla panchina dei blucerchiati tornando nel club dopo 25 anni. Il progetto di Mantovani è molto ambizioso e per coronare il suo sogno tricolore, oltre ad una rosa di assoluto valore (basti pensare ai vari Roberto Mancini, Gianluca Vialli, Gianluca Pagliuca, Fausto Salsano, Pietro Vierchwood e Cerezo), l’eclettica intelligenza dell’allenatore serbo è il “non plus ultra” che mancava al gruppo per compiere il definitiva salto di qualità. Vincerà 2 Coppe Italia consecutive (1987/88 e 1988/89), la Coppa delle Coppe nella stagione 1989/90 fino al trionfo della stagione 1990/91 con il primo, storico, Scudetto per la Società blucerchiata. Unico “neo” la sfortunata finale di Coppa dei Campioni della stagione seguente persa ai tempi supplementari contro il Barcellona con ad un calcio di punizione dell’olandese Koeman. Indelebile rimarrà il ricordo degli oltre 30mila tifosi sampdoriani presenti nello stadio di Wembley per lo storico evento.
“Vedere giocare Sampdoria è come sentire bella musica” , amerà ripetere in quegli anni densi di soddisfazioni che costituiscono l’apice del successo nella storia della società, tuttora ineguagliato.

L’esordio di Francesco Totti e gli ultimi anni di carriera

Finito l’idillio di Genova, Boskov nell’estate 1992 riparte dalla Roma dove perde la finale di Coppa Italia e durante la stagione, precisamente il 28 marzo 1993, nei minuti finali di Brescia-Roma (0-2 il risultato finale) fa esordire con la maglia giallorossa un ragazzino di cui sentiremo molto parlare in futuro: Francesco Totti. La stagione successiva firma con un Napoli in netto declino tecnico ed economico, tanto che le due stagioni alle pendici del Vesuvio chiuse rispettivamente al sesto e al settimo posto lo convincono ad accettare le lusinghe del Servette, club della città di Ginevra, per vivere un calcio meno stressante di quello italiano. L’esilio volontario dura solo una stagione e dopo un fugace ritorno alla Sampdoria nella stagione 1997/98, chiude la carriera la stagione successiva con l’esonero di Perugia dopo solo 14 partite in panchina.
Morirà nella sua amata città natale il 27 aprile 2014 dopo una lunga lotta contro una forma piuttosto aggressiva di Alzheimer.

Fonte foto: Wikimedia Commons

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