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Quella (s)Ventura che non se ne va più

È stata la domenica delle emozioni. A cominciare da Assen, dove sei pazzi si sono avvicendati alla guida del GP a suon di sorpassi sulla soglia – talvolta oltre – della liceità e dell’umana ragione. Incuranti dei 250 cavalli imbizzarriti che facevano bruciare sull’asfalto le gomme oltre i 300 km/h, sospesi nel fragile equilibrio dei millimetri che passano tra Dovizioso e Rossi, dei centesimi di grado che dividono una piega perfetta da una rovinosa e fatale caduta.

Si prosegue a Zeltweg, dove quella che si presentava come una domenica da doppietta di ordinaria amministrazione per la Mercedes, si tramuta in una giornata da incubo e un doppio ritiro per cause tecniche che mancava dal 1955. Bottas tradito dal cambio manda in tilt il box che manca il pit stop per Hamilton rovinandogli la gara. Poi Vettel lo supera prima in pista – con una manovra di forza da cardiopalma – poi nella classifica iridata, con il campione del mondo in carica costretto ad accostare col motore in fumo.

Ma la domenica che si conclude con l’avvincente approdo di Lebron James in casacca Los Angeles Lakers – transfer che restituisce allo storico team viola-oro lo charme dei tempi passati e dei fenomeni Jerry West, Kareem Abdul Jabbar, Magic Johnson, Shaquille O’Neal e Kobe Bryant – ci aveva già regalato la più entusiasmante delle giornate mondiali, da quando Robbie Williams ha invitato la Russia a “Come on, let me entertain you“. Due ottavi di finale vissuti in un continuo saliscendi di emozioni e culminati con un’altra favoritissima, la Spagna, fatta fuori da Akinfeev e una che favoritissima forse non lo era, ma lo diventa: la Croazia di Modric, che prima fallisce un rigore al secondo supplementare e poi piega Schmeichel e ringrazia il trasformato Subasic.

Così dopo Germania e Argentina, saluta anche la Roja dei fuoriclasse. Nel mondiale delle sorprese vale tutto, anche che da un lato del tabellone ci sia solo una Coppa del Mondo, quella conquistata dall’Inghilterra nell’edizione casalinga del 1966, e solo un’altra finalista, la Svezia sconfitta dal Brasile di Pelé nel 1958 a Stoccolma. 

È il mondiale delle outsider, talmente out che noi non ci siamo affatto per una (s)Ventura che non se ne va più. Avremmo potuto dire la nostra, lottare con squadre più attrezzate e magari avere la meglio, come di sovente sta accadendo in Russia. Oppure avremmo potuto soccombere e sentirci umiliati, sfogliare i giornali e trovare i titoli catastrofisti che abbiamo letto in Germania, Argentina e Spagna sin qui. Ma avremmo potuto vivere una domenica di emozioni. No, non solo quelle degli altri: le nostre.

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