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A tutto Sabatini: “La Roma è una malattia, Nainggolan all’Inter farà grandi cose”

Sabatini Inter

Sabatini si racconta a 360° e non risparmia nessuno: frecciate qua e là, poi il trasferimento di Nainggolan, l’amore malato per la Roma e tanto altro

Walter Sabatini è il direttore sportivo italiano più eclettico e tormentato del nostro calcio da ormai 24 anni a questa parte. Uomo senza freni inibitori sia nel suo mestiere che all’interno di una conversazione, ricco di vizi terreni che sa bene sarebbe meglio estirpare e ben cosciente d’esser un freak se paragonato agli altri membri del suo ambiente.

Sabatini vive ossessivamente di calcio e per il calcio, mette passione nel proprio mestiere e per questo da esso si fa consumare, logorare interiormente tanto a livello metaforico quanto concreto. A dispetto dei suoi colleghi, il ds umbro ricaccia le banalità e, quando si concede ad un giornalista, lo fa pienamente, a rubinetti aperti e senza nascondersi affatto.

Segue appieno questa filosofia la sua intervista uscita quest’oggi sul Corriere dello Sport, in cui parla a ruota libera di calciatori, colleghi, allenatori, squadre, feticci, errori e chi più ne ha più ne metta. Divertente ed emblematico il modo in cui viene descritta la difficoltà del giornalista Giancarlo Dotto nel coglierlo in un momento libero: “Dammi cinque minuti, devo provare a vendere Zapata ai cinesi“.

Questo solo uno degli innumerevoli virgolettati in cui il ds rimanda l’appuntamento con il proprio intervistatore, conscio come il diretto interessato della propria unicità: “Il calcio non mi sopporta. Non sopporta la mia normalità. Sono loro gli anormali con la loro prosa del nulla. A me sembra d’insultare una persona se gli propino una banalità. Io parlo con te come con mio figlio Santiago, che infatti mi prende per il culo“.

E di banalità in questa chiacchierata ce ne sono veramente poco, che si parli esclusivamente di calcio o di questioni personali ben più importanti, che in ogni caso riconducono inevitabilmente al campo: “Sono stato più volte vicino a morire. Una su tutte, quattro anni fa. Faccio il solito controllo da sofferenza respiratoria, trovano noduli nei polmoni e anche uno sulla spalla. Sembrano maligni. Probabile metastasi. Ho invitato quattro volte a cena mia moglie per dirglielo, senza riuscirsi. Mi sono operato a Padova e sono andato in terapia intensiva con l’i-Pad perché giocava la Roma contro il Torino. Gol di Florenzi al 92′. Vedevo solo ombre, ma capii che la Roma aveva vinto“.

Sabatini va oltre al concedersi al suo intervistatore. Lui si psicanalizza da solo, dà la sensazione d’esser a conoscenza delle proprie stranezze, fobie e fisime. Quando gli viene chiesto quale sia la cosa che lo fa star peggio oltre la malattia, con sincerità dice: “L’esser colto in flagranza d’ignoranza. Ho provato un briciolo di risentimento nei confronti di Sergio Rubini qualche sera fa a Genova, cazzeggiando a cena con lui e altri attori. Parlavamo di cultura ebraica, del mio amore per Saul Bellow. Lui mi fa: il più grande di tutti è Isaac Singer. Non lo conoscevo. Ho mandato subito la mia assistente a comprare l’opera omnia“.

Con il calcio c’entra poco e contemporaneamente tutto: Sabatini vuole essere il numero uno. Ne vuole conoscere una più del diavolo per non esser colto mai di sorpresa. Vuole scovare il talento prima che si esponga alla luce del sole, vuole comprendere appieno il calcio, e non solo il calcio, per primo e meglio di tutti. Si conosce, forse sa di avere un ego piuttosto sviluppato ma non tenta minimamente di nascondere il proprio sé più intimo e vero.

La sua Roma

Ne parla con un trasporto tale che parlare di Roma senza aggiungere il possessivo sarebbe quasi un delitto. Come fosse la vetta dell’Himalaya che ha raggiunto per poi riscendere a valle, la sua storia in giallorosso è l’esasperazione della passione e del logoramento interiore che il calcio gli provoca: “Sto cercando di guarire dalla malattia Roma. Non me la posso portare dietro tutta la vita…La Roma non è una squadra. È uno stato dell’anima. Amore e livore. È il polmone che ho perso. Per non direi il resto. Un caravanserraglio di emozioni“.

L’esperienza romana si è impressa violentemente nell’anima di Sabatini, che in oltre cinque anni ha cercato invano di portare nella Capitale dei risultati che sotto forma di titoli sono sempre sfuggiti per un soffio e che alla fine lo hanno portato alla decisione di dimettersi. Ma la separazione è stata difficile da digerire: “Ho mal sopportato che non abbiano riconosciuto come siamo riusciti in quegli anni a combinare le plusvalenze con la ritrovata credibilità della squadra. Sono vittorie anche queste. Qualcuno, corroso da un odio funesto, è riuscito a dire che sono costretti a vendere Alisson per colpa mia. Quando ho detto che avrei smesso dopo la Roma, lo pensavo.  La Roma produce questo effetto nefasto. Ti entra nelle ossa. Poi si torna alla realtà. Solo ora, dopo due anni, riesco a parlare della Roma con un po’ di distacco“.

Un coinvolgimento di questa portata conduce forzatamente a pensare a spiragli per un lieto fine, una riunione che sia come un lieto fine per una storia d’amore tanto passionale e turbolenta, ma il ds è lucido, conosce la soglia da non varcare se si vuole evitare conseguenze catastrofiche: “Non ci tornerei mai. Sarebbe irrealizzabile e anche sbagliato“.

Al suo posto, a Roma è arrivato Monchi, un tema che affronta brevemente ma in maniera del tutto personale, e non con le consuete frasi di rito: “Siamo molto diversi. Lui ha metodo, io no. È più sensibile di me alla benevolenza del mondo. Devo comunque dargli atto d’aver pubblicamente riconosciuto il mio lavoro“.

Ripercorre i suoi rapporti umani con la dirigenza giallorossa, con chi lo ha colpito in positivo e con chi invece lo ha deluso sul piano relazionale, parlando non solo dei professionisti, ma anche delle persone: “Baldissoni è un uomo perbene, ma anaffettivo. Lui è intelligenza pura, più analitica che sensibile. bravo a sistemare le cose, ma carente in quanto a disponibilità. Il suo guaio è che ha avuto una vita perfetta. Massara è un dirigente che risolve i problemi. Come li risolveva a me. Uomo intelligente e leale come pochi. Ricky, come me, ha la Roma nella pellePallotta è un uomo insicuro. Di lui si ricordano solo le smentite. E te ne ho parlato anche troppo. Non voglio svegliarmi un giorno e ricordarmi d’aver parlato di Pallotta. È stato maleducato con Rudi Garcia. Non c’è bisogno di sputtanare un uomo che ti ha portato due volte in Champions. A Rudi voglio bene. Nel primo anno di Roma è stato un soffio benefico di leggerezza. Al terzo anno è andato un po’ sott’acqua. E io con lui“.

Sui simboli della Roma, poi, si esprime con un misto di razionalità ed irrazionalità che fornisce ad ogni sua parola un’intensità ed una potenza innaturali: “De Rossi ha una grande anima, è uno che per la Roma si romperebbe un braccio. A Totti voglio bene. Un monolite intangibile. Se lo tocchi sei morto. Non è colpa sua. Già a vent’anni, tutti lo hanno indotto a pensare ‘La Roma sono io’. Uomo divertente, campione incommensurabile. Gli ho visto fare cose inaudite in campo“.

La Roma di oggi

La mano di Walter Sabatini è visibile nella Roma attuale, con innesti fatti in prima persona dal ds o con legami solo leggermenti più velati come il recente acquisti di Pastore, sua originale ‘creazione’. All’argentino ha detto qualche tempo fa di aver accettato di perdere i duelli con i campioni che arrivavano a Parigi, mettendone apertamente in dubbio la personalità: “Sono un provocatore. Pastore è un figlio mio, gli dico quello che voglio. Nel primo anno al Paris ha fatto cose inenarrabili, poi si è seduto. Lo sa anche lui e gliel’ho detto in privato. Ma è un genio del calcio e ha orgoglio argentino. A Roma vi farà divertire“.

Proseguendo su questa finestra di mercato giallorossa: “Stravedo per Kluivert. Una grande operazione. Forte anche il francesino dietro (Bianda, ndr). Si stanno strutturando per essere forti a oltranza“. Poi su un arrivo della scorsa estate: “Mi ha sbalordito Kolarov. Non mi aspettavo trovasse ancora la voglia di correre sulle fasce. Ma lui è come Strootman, un guerriero invincibile“. Non appena l’intervistatore cade nel tranello di chiedergli se l’olandese possa tornare quello che era prima degli infortuni, scatta in lui un moto d’orgoglio: “Non toccatemi Kevin. È il mio eroe. E lo sarà per sempre. Perché si gioca a calcio tutta la settimana, non solo la domenica“.

Si giunge al capitolo Alisson: “Mi sembrava complicato avvicinarlo. Poi mi arrivò uno spiffero che si poteva prendere con sette milioni e mezzo. Non ci pensai un attimo. Con il dubbio della bellezza. Troppo bello per fare il calciatore. Per fortuna è un ragazzo intangibile, un evangelico, con una famiglia esemplare alle spalle. Secondo me lo vendono, per 70 milioni al Chelsea. A quelle cifre un portiere si vende. Altrimenti devi essere in grado di sopportare un rinnovo del contratto a 5, 6 milioni netti. Non mi sembra il caso della Roma“.

Ma, in conclusione, Sabatini sente ancora questa Roma come la sua Roma? “Dalla cessione di Radja in poi non più. Era giusto cambiare tanto. I cicli finiscono e bisogna capirlo per tempo“. È dunque Nainggolan il simbolo di una Roma che ha voltato pagina dalla gestione Sabatini e che si è lanciata a pieno ritmo in quella del suo sostituto spagnolo: “Due motivi spiegano questa cessione. I 38 milioni in cassa prima del 30 giugno, di cui 14 restituiti per Santon e Zaniolo. E poi alla Roma erano spaventati. Non ce la facevano più a sopportare i suoi eccessi“.

L’Inter

All’Inter Sabatini è arrivato sette mesi dopo essersi dimesso nella Capitale. Aveva detto che non si sarebbe più riuscito a legare ad un’altra squadra dopo la Roma e, come spiega, in effetti anche allora fu così: “Lasciata la Roma ho lavorato per Suning, non per l’Inter. Ed è stata una scelta sbagliata. Sono entrato con un presupposto che è venuto subito a mancare. Pensavo di costruire un network internazionale, non è stato possibile. È cambiata la politica governativa sul calcio. Troppe restrizioni. I cinesi non mi ascoltavano piùDa quell’esperienza mi porto però dietro i tifosi. Straordinari. In sessantamila a vedere la SPAL a mezzogiorno e mezzo. E il prossimo anno saranno ancora di più“.

A proposito di prossimo anno, se in giallorosso non sopportavano più Nainggolan, potrebbe sorgere il dubbio che i nerazzurri possano aver sbagliato a comprarlo: “Spalletti lo controlla abbastanza bene. Lo faceva dormire con sé a Trigoria. «Radja, stanotte ci fermiamo qua io e te». Ognuno nella sua stanza con la porta aperta. Spalletti in queste cose è un genio. Un figo della madonna. A uno come Radja poi gli vuoi bene, ti affascina come ragazzo. Ha dato il meglio di sé come giocatore alla Roma. Ma all’Inter farà cose che neanche si aspettano. Perché lui attinge le sue energie dai nervi, non dai muscoli. Giocatore unico, irripetibile“.

Le capacità psicoanalitiche di Sabatini non si limitano però ad un’autoanalisi, e toccano stavolta la persona di Spalletti: “È un uomo generoso come pochi. Impossibile pagare un conto con lui, cosa rarissima in un allenatore. I suoi comportamenti sono spesso deviati da paure preventive e complessi che lo fanno vivere male. Ma è un ottimo allenatore e una bravissima persona“.

Su Icardi: “Quasi impossibile trovare uno del suo valore con i soldi della clausola. E poi Icardi è un ragazzo eccezionale, con un’etica sbalorditiva, come padre, marito e calciatore. Incredibile che uno così, con tutto quello che gli gira intorno, non sia uno squilibrato“.

Aveva detto che si sarebbe alterato nel caso in cui Cancelo fosse andato alla Juve: “È successo. Se perdi un giocatore come Cancelo t’impoverisci molto. Facilità di corsa, tecnica sublime. Ho visto solo Maicon di quel livello“.

Sampdoria, sua nuova casa

Da un mese Sabatini si è lanciato in una nuova avventura, legandosi stavolta proprio ad un’altra squadra. È stata la Sampdoria del presidente Ferrero a metterlo sotto contratto: “Ferrero è una maschera. Un teatrante incredibile. Ti fa abbassare la guardia, ponendosi come un giullare disarticolato, ma sa bene quello che vuole. Persegue i suoi obiettivi. I nostri incontri sono una simulazione magnifica, nel rispetto dei ruoli. Lui simula di avere per me un rispetto sovrannaturale, il che naturalmente non è vero, io fingo di crederci…Lui sa che prendermi lì alla Samp è stata un’impresa. Per ora c’è molta leggerezza tra noi, vediamo quando arriveranno le prime sconfitte… E comunque so bene che i miei rapporti professionali sono tutti a scadenza”

Il contratto è per un solo anno: “Il problema è che non riesco mai a finire un incarico. Questo con la Samp lo voglio portare a fondo. La gente non dice che le mie sono scelte di libertà lavorativa, che perdo soldi e privilegi, ma che sono inaffidabile“.

Su Giampaolo: “Lo devo correggere. Deve derogare sui comportamenti. È troppo chiuso. Gli ho scritto: «Il tuo calcio è come il cinema d’essai, bello ma intransigente. Non ce lo possiamo permettere». Deve imparare ad essere più capiente. Così, mi riduce troppo la scelta dei giocatori“.

Soddisfazioni e fiaschi

Nel chiedergli quale sia stato l’acquisto più soddisfacente, l’intervistatore utilizza il miglior termine che potessi trovare: eccitante. Sabatini è un professionista palesemente eccitato dalla buona riuscita dal proprio lavoro, che si nutre delle proprie scoperte e scommesse vinte, degli acquisti e delle plusvalenze. Se deve sceglierne una: “Il diciottenne Marquinhos. Prenderlo e vederlo affermarsi così rapidamente. Merito anche di Zeman che ha avuto il coraggio di farlo esordire titolare“.

Si sofferma più a lungo invece sui suoi fiaschi: “Gerson qualche segnale l’ha dato, ma non lo porterò alla Samp. Giocatore indolente. Non ha capito che deve sfruttare le sue enormi qualità fisiche. Non sfida mai l’avversario. Si accontenta. Gli dicono di giocare semplice ma esagera. Una volta gli ho scritto: «Mi corri in verticale con la palla e mi dribbli un uomo una volta ogni tanto?». Iturbe ha avuto un problema che abbiamo tenuto nascosto: si è probabilmente rotto il crociato posteriore e noi non l’abbiamo operato. Abbiamo scelto la terapia conservativa. Da allora non è stato più lui. Con Stekelenburg siamo stati sfortunati. Un gran portiere ma anche un gran presuntuoso, un olandese umanamente friabile. Una delusione enorme. Cosa che non è Alisson. Non dimentichiamo poi il calcione in testa che prese da Lucio a San Siro. Da quella sera perse sicurezza”.

Una soddisfazione si cui invece non ha potuto sfoggiarsi sinora è stata l’aver convinto Allegri ad allenare la Roma: “L’altro giorno l’ho minacciato:  «…Siccome mi accusano di essere un direttore bravino ma che non ha vinto mai niente, adesso tiro fuori dal cassetto il contratto che hai firmato con la Roma». Allegri pesa tanto nelle vittorie della Juve. È un grande allenatore. Una volta mi ha detto: «Io sono scarso, però i giocatori li so riconoscere». Vero. Guarda il Pjanic regista“. A proposito di Juventus, la chiusura è per il grande colpo dell’estate: “Cristiano Ronaldo è una lucida follia che arricchirà tutto il calcio italiano e rafforzerà incommensurabilmente la Juve. Ci voleva un coraggio sconsiderato solo a pensarla questa operazione“.

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