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Sampdoria, Ferrero: “Pallotta miracolato, gli soffierò la Roma. Lotito il numero uno”

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Un personaggio assolutamente fuori dagli schemi si racconta a 360 gradi: le storie di Massimo Ferrero, presidente senza freni inibitori

Che non fosse un personaggio piatto e noioso lo avevamo capito sin dal primo giorno. Massimo Ferrero, presidente della Sampdoria ormai da quattro anni, è in effetti l’esatto contrario. Eclettico, bizzarro, egocentrico, frizzante. Ogni intervista è un nuovo show, e guai a volerlo incanalare in binari rigidi, guai a limitare i suoi interventi a quanto accaduto sul campo o al calciomercato. Ferrero vaga, racconta, attacca, deride, scoppia a ridere.

Un nuovo reperto arriva dall’edizione odierna del Corriere dello Sport, tra le cui pagine il patron blucerchiato si è andato lasciare parlando della propria vita pre- e post-Sampdoria e del rapporto con i suoi colleghi di Serie A.

Su chi sia Massimo Ferrero: “Sono un attore e recito. Anche tu, tutti recitano un copione, il copione della loro vita. Ho quattro milioni di persone che mi seguono, sono un selfie che cammina. Sono nato povero. Al Testaccio, via Bodoni. Ho la terza elementare, mio padre faceva il tranviere. Una volta dissi ad Agnelli: «La tua famiglia costruiva gli autobus ma se non c’era mi’ padre che li portava, col cazzo che li vendeva!» Non ricordo come l’abbia presa. Ho cominciato a lavorare a dieci anni, e a quell’età ero già presidente. Con altri cinque amici, tutti ragazzini, andavamo dai fornai, allora c’erano i supermagazzini che erano super solo perché più grandi, e compravamo i cartoni che poi rivendevamo. A San Giovanni prendevo il tram che fermava a Cinecittà dove c’era il raduno delle comparse. Mi nascondevo dentro le ceste della sartoria o nei sottoscala per magna’. Ci davano il cestino, ricordo ancora le polpette della sora Lella che mi allungava Alberto Sordi, quella era la casa di Albertone. Tanta gavetta, per vent’anni ho fatto l’attore, centotrenta film. “Arrivano i Titani”, avevo undici anni. “Quelle strane occasioni”, “Ultrà”, “Camerieri” di Leone Pompucci. Domanda in giro“.

Sul suo essere bizzarro: “Mio padre mi ripeteva sempre “non ricchi ma credibili”. La credibilità non deriva dagli atteggiamenti o da quello che dici, ma dalle cose che riesci a fare. Contano i risultati perfino in un Paese allo sbando come il nostro, un Paese che non riconosce il merito. Questo falso perbenismo, poi, mi disgusta, non mi faccio contaminare, io. Serve la cravatta? Col cazzo! I modi urbani? Io non sono urbano, sono vigile. Risultati, profitti. Oggi sono il presidente di una società che non ha un debito. E non sono mai fallito, mai. Neppure con Livingston. Hanno persino detto che mi drogo. Ma la droga ti fa schiattare, le canne ti rincoglioniscono. La mia coca è mia moglie, la mia energia, il bene che voglio alla vita. Sono mia moglie e i miei sette figli, due li ho adottati“.

Da presidente della Sampdoria: “Quando presi la Samp perdeva 30-35 milioni l’anno. Garrone ne aveva buttati addirittura 50 in B, i debiti complessivi ammontavano a 100 milioni. L’ultima stagione ho chiuso con un attivo di nove e anche in precedenza avevamo il segno più. Prima di me, nel post-Mantovani, la Samp acquistava giocatori da massimo 4 milioni di euro e li rivendeva per 10. Icardi, per fare un nome. Io li compro a venti, Zapata, e li cedo per 40, 42. Vedi Schick. La Roma me lo pagherà in venti, venticinque anni. Tanto mica ne ho bisogno. Con me si parla di Europa. Adesso ho preso Colley, Jankto, Tavares, Defrel, Ronaldo e Vieira. Manca ancora un centrocampista (Ekdal)“.

Sulle sue origini: “Sono un eroe nato povero con la testa dell’operaio. Ho fatto la guerra, quella della strada, e non cammino mai tre metri sopra il cielo. Te lo ripeto, l’ipocrisia non mi appartiene e prima di farmi la falsa morale si sciacquassero la bocca. Mi hanno dato 15 giorni di inibizione e 5mila euro di multa perché ho detto che la porta è come una donna: va penetrata. Ho offeso qualcuno? Sono politicamente scorretto? Basta con ‘ste cazzate, pensassero ad andare a lavorare. Ho fatto il ’68, io e le femministe camminavamo insieme a Trastevere. Ricordi il loro slogan? Col dito, col dito…

Sul rapporto coi tifosi della Samp: “Il metro di giudizio è diventato qualche show in tribuna o in mezzo al campo? Non hai visto cos’è oggi Bogliasco, quando entrai per la prima volta in quegli spogliatoi c’erano tre docce scassate. Oggi c’è un progetto, la Samp avrà una nuova casa, e c’è il museo della società, i nostri ragazzini non vivono più in mezzo a una strada, abbiamo anche stretto un accordo tecnico con la Vis Pesaro, introdotto la Next Generation, e il 3 settembre ci sarà l’Open Day al Circolo della Polizia di Stato a Tor di Quinto. Abbiamo almeno una società dilettantistica consociata in ogni regione“.

Sul suo ingresso nel calcio: “Ero un produttore da cinque, sei film l’anno e stavo benissimo. Ci hanno provato in tanti a spingermi al calcio. Prima con la Salernitana. Ricordo che incontrai De Luca, due gorilloni mi accompagnarono da lui. Poi il Bologna, il presidente aveva avuto dei problemi, zero interesse. Avrei potuto puntare al Bari, mi avrebbero certamente ostacolato. Sono sempre stato un produttore indipendente e m’hanno sempre fatto la guerra: o non distribuivano i film miei oppure mi imponevano delle quote alte. Così a un certo punto mi sono comprato il primo cinema, l’Apollo, faceva porno. Non tirai fuori una lira, mi finanziò Cariparma. Ma avendo una bambina piccola lo chiusi subito e ne comprai un altro. Ho letto tante cazzate. Un giorno andai a Genova con Antonio (Romei), il mio avvocato, il migliore della capitale, per discutere una causa civile con l’Interporto, a Genova c’ero stato vent’anni prima con Franco Nero per un film. Antonio mi presentò un amico suo, seppi poi che era sposato con una Garrone. In seguito mi disse che sarebbe tornato a Genova per i funerali di Riccardo Garrone, gennaio di cinque anni fa. Te la faccio breve: non sapevo neanche chi fosse, mi spiegò che era il proprietario della Erg, lui c’aveva i petroli, io manco la macchina a benzina. Alla festa dei 50 anni di Antonio si cominciò a parlare dell’acquisto del club, mi fecero anche l’esame a Milano, vidi i numeri e quando decisi di subentrare a Edoardo lui mantenne le fidejussioni per un altro anno e versò 15 milioni per l’avviamento, io mi accollai tutti i debiti. Oggi debiti zero“.

Sugli altri presidenti di Serie A: “Il matto sono io? Io sono il più normale di tutti. Vuoi che ti parli degli altri diciannove presidenti di Serie A e di una Lega che si è auto-commissariata? Siamo su Scherzi a parte. Imprenditori, manager, industriali, produttori e non riusciamo a metterci d’accordo nemmeno sull’acquisto di una penna. Alcuni inseguono il consenso e perdono la testa per il pallone. Alle cene c’è la fila per fare i selfie con me e io ci sto sempre, altri non si prestano. Poi mi domando: ma che cazzo ce fanno con ‘ste foto? Ci sono presidenti che se non vengono riconosciuti si buttano dal settimo piano. Io abito al primo“.

Sul suo rapporto con loro: “Ad Aurelio (De Laurentiis) voglio bene, molto. Lui però mi è amico per interesse, io a titolo gratuito. Quando mi telefona dice “Bello, Massimetto mio” e io gli rispondo “Aure’, che
te serve?”. Lotito è il numero uno, il migliore. Ha un’intelligenza e una cultura superiori alla media. Quasi quanto me. Purtroppo però c’è Claudio, e Claudio è il più grande nemico di Lotito. Pallotta è un miracolato. È padrone di un sogno più grande di lui. Un imprenditore top? Ma prima della Roma chi cazzo lo conosceva? Dicono che il prezzo di una società equivalga a 1,8 volte il fatturato, fai tu i conti. La Samp fattura 100, la presi a 40. Prima o poi gliela soffierò, la Roma“.

Su Cristiano Ronaldo: “Con la società quotata in Borsa l’avrei preso anch’io. Tanti complimenti ad Andrea, ha fatto una grande operazione finanziaria e anche tecnica“.

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