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Serie A

Juventus, Pontes: “Nessuno aveva le qualità di CR7 già a 12 anni”

Il tecnico che seguì Ronaldo nel periodo giovanile allo Sporting racconta le sue prime impressioni e le qualità già uniche per un bambino di 12 anni

Seppure le qualità tecniche di un giovane calciatore non ancora teenager possano essere stupefacenti, il salto dalla squadra del proprio quartiere ad una più blasonata è sempre un momento cruciale: ancor più se lasciando la tua isola la tua famiglia non può accompagnarti nella nuova avventura. Si capisce dunque quanto può esser stata cruciale per Cristiano Ronaldo la figura di Leonel Pontes, il tecnico incaricato a seguirlo al momento del suo approdo allo Sporting Lisbona, quando lasciò per la prima volta i suoi cari e la sua Madeira. In un’intervista alla Gazzetta dello Sport, il “tutor” del lusitano ha parlato delle sensazioni del primo incontro con quello che sarebbe stato premiato per ben 5 volte con il Pallone d’Oro e ne ha commentato le ultime vicende dentro e fuori dal campo.

Le parole di Pontes

Sul primo incontro: “Aveva 12 anni, nell’isola di Madeira, l’ho visto per la prima volta nel marzo del 1997 in un torneo di calcio alla Camara de Lobos, mi venne presentato dal suo padrino. Mi dicevano che c’era un giocatore di grande qualità e con caratteristiche uniche…”.

Sulla prima impressione: “Era un ragazzo magro, sottile come un pennello ma con un occhio vivo e luminoso, un profilo da atleta per la sua età. Era piccolo, ma aveva stoffa. Bastava osservarlo un attimo per vedere che aveva delle ottime qualità con la palla. Per sicurezza ho chiesto informazioni ad alcuni amici allenatori: nessuno aveva visto un giovane con simili potenzialità”.

Sull’arrivo allo Sporting Lisbona: “Era un giovane che esprimeva grande fisicità. Poi ha rivelato abilità con la palla, naturalmente. Ci sono stati momenti difficili, quando voleva tornare a casa. Non bisogna dimenticare che all’epoca aveva solo 12 anni, aveva lasciato l’isola per una grande città, Lisbona, senza alcun tipo di supporto familiare…Ma continuò. Alla fine del primo anno di allenamenti, trascorse una vacanza a casa dei miei a Madeira. Mia madre mi chiese se quel ragazzo, quel Ronaldo, sarebbe diventato un calciatore. Risposi che ero sicuro, Cristiano sarebbe esploso“.

Su Madeira: “È un’isola che ti lascia un marchio profondo. E lui è riconoscente, ha Madeira nel cuore e ama tornare a casa ogni volta che può. Cristiano è orgoglioso di essere madeirense. Madeira deve molto a lui: oltre che per il turismo la nostra isola è conosciuta per CR7. Il Museo Funchal è un’attrattiva incredibile“.

Sul tecnico più importante per il lusitano: “Sicuramente Ferguson, ma il merito più grande è proprio suo, di Cristiano. Ha una forza mentale unica, passione e dedizione per il gioco, vole superarsi sempre. Questo sin da ragazzino lo ha reso un fenomeno“.

Sull’addio al Real: “Non sono rimasto sorpreso. Sono state pubblicate varie notizie sul suo disappunto per la mancanza di supporto in alcune questioni professionali e private. Eppure ha fatto la differenza ed è stato uno dei più grandi giocatori della storia del Real. Cosa non facile per un portoghese. Lui è un uomo che vive di grandi sfide, perciò ha scelto la Juventus. So che è motivatissimo, vuole rispondere positivamente alle aspettative in un campionato molto difficile“.

Sugli zero gol segnati: “Segnare è da sempre la sua specialità, ma in Serie A le squadre italiane difendono sempre molto bene e ci sono meno spazi. Presto vedremo quello che ha sempre saputo fare. Lui deve restare felice e mantenere viva la passione“.

Su un episodio in cui lo fece arrabbiare: “Una volta l’ho incontrato alla fine di un allenamento e gli chiesi: “Che cosa stai facendo? Finito il tuo lavoro in campo dovresti riposare”. E lui: “Mister, ho bisogno di farlo, ho bisogno di essere veloce con le mie gambe”. Aveva messo i pesi sulle sue caviglie e per un po’ continuò a lavorare così. Quella volta mi fece perdere la pazienza. Ma ora, a distanza di anni…“.

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