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A tutto Vialli: “La malattia, calciopoli e il doping. Vi dico la mia verità”

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© imagephotoagency.it

L’ex attaccante ha parlato di temi spinosi come calciopoli e il doping, ma soprattutto della malattia che finora aveva tenuto nascosta

Un palmarès ricco di trofei, una carriera di grandi gioie e qualche difficoltà. Gianluca Vialli è il gemello del gol doriano di Mancini, il leader della Juve di Lippi e uno dei migliori prodotti che il nostro paese abbia mai esportato in Inghilterra, più precisamente nel quartiere londinese di Chelsea. E se per i suoi tifosi i ricordi delle gesta sul campo da gioco rimarranno avvolti in un’aura di gloria, è della vita nuda e cruda, quella che non permette di godere del filtro della popolarità e dell’idolatria, che l’ex attaccante ha deciso di parlare al Corriere della Sera. Di una malattia che ha nascosto a lungo indossando un maglione sotto la camicia, di argomenti delicati come Calciopoli e il caso doping mentre vestiva la maglia della Juventus: queste sono le verità di Gianluca Vialli.


Le parole di Vialli

Sul cancro

«Ne avrei fatto volentieri a meno. Ma non è stato possibile. E allora l’ho considerata semplicemente una fase della mia vita che andava vissuta con coraggio e dalla quale imparare qualcosa. Sapevo che era duro e difficile doverlo dire agli altri, alla mia famiglia. Non vorresti mai far soffrire le persone che ti vogliono bene: i miei genitori, i miei fratelli e mia sorella, mia moglie Cathryn, le nostre bambine Olivia e Sofia. E ti prende come un senso di vergogna, come se quel che ti è successo fosse colpa tua. Giravo con un maglione sotto la camicia, perché gli altri non si accorgessero di nulla, per essere ancora il Vialli che conoscevano. Poi ho deciso di raccontare la mia storia e metterla nel libro. Ora sto bene, anzi molto bene. È passato un anno e sono tornato ad avere un fisico bestiale (Vialli ride). Ma non ho ancora la certezza di come finirà la partita. Spero che la mia storia possa servire a ispirare le persone che si trovano all’incrocio determinante della vita. E spero che il mio sia un libro da tenere sul comodino, di cui leggere una o due storie prima di addormentarsi o al mattino appena svegli. Un’altra frase chiave, di quelle che durante la cura mi appuntavo sui post-it gialli appesi al muro, è questa: “Noi siamo il prodotto dei nostri pensieri”. L’importante non è vincere; è pensare in modo vincente. La vita è fatta per il 10 per cento di quel che ci succede, e per il 90 per cento di come lo affrontiamo. Spero che la mia storia possa aiutare altri ad affrontare nel modo giusto quel che accade. Vorrei che qualcuno mi guardasse e mi dicesse: “È anche per merito tuo se non ho mollato”».

Su Moggi e calciopoli

«Un dirigente che ti metteva nelle condizioni di dare il massimo; e i calciatori pesano i dirigenti da questo. Non dal mercato o dalla politica. Quella Juve avrebbe potuto vincere 6 o 7 scudetti su 10, rispettando le regole. Ma poi la gola ha fatto sì che tentasse di vincerli tutti, non rispettando le regole. Io non ho mai avuto la sensazione che gli arbitri ci favorissero. Ne ho anche discusso con i colleghi. Vede, un calciatore tende sempre a pensare che gli arbitri stiano complottando contro la sua squadra. A volte diventa uno sprone a reagire e dare il meglio».



Sul caso doping

«Posso parlare per me. Avrei potuto vivere più serenamente quella vicenda, come altri colleghi. Non ce l’ho fatta. Fu un’ingiustizia. Zeman indicò me e Del Piero, ma non voglio riaprire vecchie polemiche. È possibile discutere se sia meglio per una distorsione dare il Voltaren, o andare 15 giorni in montagna a riposare. Non è possibile mettere in dubbio i risultati di una carriera. All’inizio ci ho sofferto. Poi ho capito che se ti preoccupi di quello che pensano gli altri appartieni a loro. Prendevamo la creatina, per qualche mese. Come tutti. Lecitamente».

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