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Editoriale

E se stavolta ci fermassimo davvero?

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Non credo che lo immaginassero così. Avranno pensato alle famiglie che – tra una fetta di panettone e una chiamata alla Tombola – strizzano l’occhio alla tv accesa. Agli amici di vecchia data che si ritrovano per seguire insieme le partite con la formazione del fantacalcio in una mano e la schedina nell’altra. Ai papà che – liberi dal lavoro e dalle noie quotidiane – mettono al collo del proprio bambino la sciarpa della squadra del cuore per fargli scoprire la gioia della prima volta allo stadio. Nei piani dei propugnatori del “Boxing Day” di Serie A, traslatori di una cultura British molto distante dalla nostra, c’era tutto, fuorché questo. Non i coltelli, non gli ululati razzisti, non gli speaker che minacciano una sospensione che non avverrà mai.

Il nostro non è stato un Santo Stefano con pane e Nutella. Piuttosto con lo stomaco di traverso, per un paese incapace di difendere la diversità, di tutelare un protetto dallo Stato, di garantire l’accesso allo stadio a bambini e famiglie, di fare opposizione all’ondata di odio becero. E di interrompere una partita di calcio. Non sarebbe cambiato niente? Forse, probabile. Ma ci avremmo provato. Ci avremmo dovuto provare. Ci dobbiamo provare.

Ho passato le ore successive alla partita a leggere i tantissimi e bellissimi messaggi di solidarietà e di scuse inviati a Koulibaly da centinaia, migliaia di tifosi dell’Inter che hanno voluto dire “Io con questo schifo non c’entro“. Erano molti più di quelle poche decine di idioti strappati alle proprie esistenze insoddisfacenti, occupanti abusivi di un seggiolino a San Siro. È stato rinfrancante, ricostituente, incoraggiante. Si è tolta la voce agli ebeti per darla alle persone. Agli “uomini”, come piace dire a KK26. In questo mare di odio e ignoranza che monta, cresce e che talvolta spaventa, c’è una speranza taciuta che resiste, e che aspetta solo una bocca che la faccia risuonare al mondo.

Il calcio può essere lo strumento. Per questa sua capacità di percorrere il paese a ogni longitudine e altezza, per la forza dirompente con cui invade l’intimità di ogni casa, di ogni strada, di ogni bar. Per come fa parlare di sé, per come trasforma le giornate, per come nasconde i problemi, per come unisce e per come divide. E se stavolta ci fermassimo davvero?

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