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Cosa è il Decreto Crescita: il nuovo protagonista del calciomercato italiano

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Il Decreto Crescita varato dal Governo può essere un fattore determinante per attirare talenti esteri in Italia. Ecco cosa implica e in che casi si applica

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La sessione estiva di calciomercato 2019 sarà caratterizzata anche dal fattore “Decreto Crescita“, nuova legge introdotta dal Governo che potrà sicuramente costituire un punto di forza per le società italiane, nel tentativo di accaparrarsi i migliori talenti, sia in campo sia in panchina, che attualmente risiedono all'estero. Il Decreto Crescita è stato varato dal Governo con l’obiettivo di favorire le imprese che assumono lavoratori che si trasferiscono in Italia, mediante congrua agevolazione fiscale.

Tassazione agevolata, ma in maniera ridotta rispetto alla prima formulazione

Il testo del Decreto è stato approvato con un emendamento e si basa su una minore tassazione sui redditi da lavoro dipendente oppure assimilabili conseguiti da lavoratori che si trasferiscono nel nostro Paese per un periodo di almeno due anni e che sono reduci da almeno due anni di residenza extra Italia. Per i calciatori che arrivano in Italia la tassazione sarà esclusivamente sul 50% dei redditi complessivi, rispetto al 70% previsto originariamente, con l'obbligo di versare lo 0,5% dell’imponibile quale contributo che verrà reimpiegato dallo Stato per il potenziamento dei settori giovanili. Man mano che le trattative di mercato entreranno nel vivo, il Decreto Crescita potrà essere adoperato da Inter, Juventus e Napoli per convincere i vari Lukaku, De Ligt e James Rodríguez a scegliere di giocare nel nostro campionato a partire dalla prossima stagione. La normativa potrà quindi dare ulteriore spinta – sebbene il beneficio fiscale sarà ridotto rispetto alla prima stesura del decreto – all'approdo di talenti esteri nella nostra Serie A. Scompare invece l'agevolazione contemplata dalla prima formulazione per i club delle regioni meridionali per cui la tassazione per le imprese operanti al Sud non scenderà fino al 10% per questa categoria di dipendenti. In un’ipotetica trattativa a tre, ad esempio, tra Napoli e Inter/Milan/Juventus, la società di De Laurentiis non partirebbe quindi avvantaggiata, a parità di esborso lordo rispetto alle altre concorrenti. Il Decreto, inoltre, non fa distinzione in merito alla nazionalità del calciatore, applicandosi indistintamente sia a lavoratori italiani sia stranieri con l’obbligo esclusivo di soggiornare nel nostro Paese. In tale casistica, infine, non rientrano i diritti di immagine che non verrebbero tassati a un regime facilitato, lasciando come unica via di uscita al calciatore quella di cederli al club di appartenenza.

Il precedente spagnolo: la legge Beckham

Una normativa analoga fu introdotta in Spagna nel 2005 dal governo Aznar. Prese il nome di “legge Beckham” in quanto il fuoriclasse inglese fu uno dei primi ad avvantaggiarsene ai tempi del suo trasferimento dal Manchester United al Real Madrid. Il caso iberico contemplava una riduzione dell'aliquota al 24% e tale agevolazione fiscale è stato uno dei fattori che ha attratto tanti campioni nella Liga da inizio millennio. La legge, abrogata nel 2010, è stata poi introdotta con qualche modifica dall'esecutivo Rajoy ma soltanto per redditi inferiori ai 600.000 euro.


Partenopeo e parte milanese, classe 1988. Amante delle doppie cifre e delle iniziali uguali. Vivo il calcio in ogni suo aspetto e ogni giorno sogno un giro in motorino con De Laurentiis

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