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C’era una volta Rivera: classe sopraffina e carattere indomabile

Gianni Rivera Milan
acmilan.com

Storia di Gianni Rivera, il Golden Boy del calcio italiano che ha vinto tutto in rossonero e ha diviso la stampa nazionale

Ha iniziato da predestinato a calcare i campi della Serie A e per la sua giovanissima età e per i suoi modi educati è stato soprannominato il Golden Boy del calcio italiano. Gianni Rivera – nato ad Alessandria il 18 agosto 1943 – è riuscito però ad imporsi e a far valere le sue doti tecniche sin dai primissimi anni di carriera. L’esordio da 15 enne con la maglia dell’Alessandria e i gol, che lo rendono ancora oggi uno dei più giovani marcatori nella storia del nostro calcio, fanno da viatico al trasferimento al Milan. Con i rossoneri, e in particolare con Nereo Rocco in panchina, conquista tutto sia in campo nazionale sia internazionale contribuendo in maniera decisiva alle prime due Coppa Campioni della storia milanista.

Più sfortunata l’epopea in Nazionale, dove assiste da spettatore alla vittoria degli Europei del 1968 e disputa solo 6 minuti nella famosa finale contro il Brasile nel Mondiale 1970, passato alla storia per la semifinale contro la Germania e per la staffetta con Mazzola.

L’enfant prodige di Alessandria

Rivera esordisce nella squadra della sua città, l’Alessandria, a 15 anni 9 mesi e 15 giorni. Un talento giovanissimo che si trova il 2 giugno 1959 ad affrontare per la prima volta in Serie A la squadra – l’Inter – che sarà nemica di tanti derby. Ancora oggi il suo rimane uno dei debutti più precoci nella storia del nostro calcio a 15 anni e 280 giorni, ma la classe sopraffina dell’attaccante giustificheranno ampiamente tale velocità di inserimento tra i “grandi”. Nella stagione successiva troverà maggiore continuità con la maglia dei piemontesi disputando 25 partite nel massimo campionato e realizzando anche 6 gol, il primo dei quali gli consente di conquistare il secondo posto della classifica dei marcatori più giovani nella storia della Serie A.

Gianni Rivera Alessandria

Il Milan però aveva già messo gli occhi su Rivera e gli aveva fatto già sostenere qualche provino sul finire del 1959, acquistandolo e lasciandolo in prestito all’Alessandria per permettergli di trovare maggiore confidenza con la categoria e arricchirsi dal punto di vista tattico. Necessitava di esperienza il 17 enne enfant prodige, perché in materia di doti tecniche aveva da insegnare anche a compagni ben più accreditati di lui.

I successi con la maglia rossonera

Il confronto con un grande club come il Milan poteva destare qualche apprensione in un calciatore così giovane, ma Rivera dimostrò immediatamente di avere la stoffa giusta per militare in un top team come i rossoneri. Chiuse la sua prima stagione con 30 presenze e 6 gol, segnando anche in entrambi i confronti diretti con la Juventus di Cesarini che poi vincerà il titolo. Sulla panchina del Milan nel frattempo si avvicenderanno Viani e Nereo Rocco, ma anche sotto la guida del tecnico triestino Rivera riuscì a conquistarsi minuti importanti da titolare. Il Paròn gli riservò un periodo iniziale di ambientamento – alias le prime cinque partite in cui non venne convocato – poi lo inserì in pianta stabile negli undici di partenza e fu ripagato dal Golden Boy con dieci reti che a fine stagione varranno lo Scudetto. Bottino analogo anche nella stagione 1962/63, in cui Rivera mise a segno 9 centri in campionato e 1 nella Coppa Campioni vinta dai rossoneri in finale contro il Benfica, grazie soprattutto alle sue giocate tra le linee per innescare il bomber Altafini. Fu il primo trofeo internazionale dei rossoneri e valse a Rivera anche la seconda piazza nella classifica del Pallone d’Oro alle spalle del russo Jascin.

Seguirono anni di transizione per il Diavolo, sia a livello societario con il cambio di presidenza sia in panchina con l’addio di Rocco, ed anche Rivera ne risentì. Gli allenatori che si succedettero in panchina non riuscirono a trovare la sua migliore collocazione tattica, minando il rendimento del talento azzurro che riprese a brillare in maniera sfolgorante dalla stagione 1966/67. In quegli anni infatti Rocco fu richiamato sulla panchina del Diavolo e Rivera indossò anche la fascia da capitano per le prime volte: fattori che insieme ai nuovi compagni di reparto, Sormani e Prati, esaltarono il genio di Rivera. Il fantasista conquistò con il Milan un nuovo scudetto nel 1967/68 e la Coppa Campioni 1969, mettendosi in luce nella finale contro l’Ajax vinta per 4-1. Fu il giusto coronamento ad un’annata spettacolare in cui il centrocampista era stato già insignito del Pallone d’Oro, diventando il primo italiano a ricevere l’ambito riconoscimento di France Football.

I momenti bui e la ripresa

Nella lunga avventura di Rivera al Milan ci furono, tuttavia, alcune fasi meno brillanti, come quella della stagione 1971/72 in cui il calciatore criticò pesantemente l’operato del designatore arbitrale Campanati e rimediò oltre tre mesi di squalifica. Si riscattò parzialmente l’annata successiva siglando 17 reti in campionato e vincendo la classifica marcatori ex aequo con due bomber come Pulici e Savoldi. Si susseguirono, inoltre, i contrasti con la proprietà – rappresentata dal presidente Buticchi – reo di aver allontanato Rocco dall’incarico e di aver provato a cedere lo stesso Rivera al Torino nel 1975 inserendolo in uno scambio con Sala. Anche sportivamente per il Milan furono anni tribolati, quasi sfiorando la retrocessione nella stagione 1976/77. Le ultime gioie della carriera però non mancarono per l’ormai 36 enne centrocampista che vinse lo scudetto della Stella nel 1979 sotto la guida di Liedholm, festeggiando anche le 500 presenze nel corso della stagione prima della sua ultima gara: il 13 maggio 1979 infatti, al termine di un Lazio-Milan chiuso in parità, Rivera abbassò il sipario sulla sua eccezionale carriera da calciatore.

La vicepresidenza e il ruolo in FIGC

Terminata la carriera agonistica, Rivera proseguì comunque a lavorare nella società rossonera ricoprendo la carica di vicepresidente. Furono anni non facili caratterizzati da due retrocessioni in Serie B, una per decisione della giustizia sportiva a seguito dello scandalo Totonero e una sul campo, che anticiparono l’avvento di Berlusconi alla guida del club. Con il nuovo presidente l’idillio non nacque mai e Rivera lasciò nel 1986 la sua poltrona. Ritroverà una veste dirigenziale nel 2010 come presidente del settore giovanile della FIGC, prima di lanciarsi in politica sfidando proprio Berlusconi nelle elezioni del 2001 come candidato al collegio di Milano 1.

La Nazionale e i celeberrimi 6 minuti

Il rapporto di Rivera con la Nazionale fu controverso: esordì nella Nazionale olimpica nell’estate del 1960 raggiungendo il quarto posto ai giochi di Roma. Poi, nonostante le sue ottime prestazioni con la maglia rossonera, fu schierato soltanto nella prima gara dei Mondiali 1962 contro la Germania Ovest. Visse la sfortunata esperienza di Inghilterra 1966 e la storica debacle contro la Corea del Nord del carneade Doo-Ik-Pak prima di vincere da comprimario il campionato Europeo 1968.

Sandro Mazzola Gianni Rivera Nazionale italiana

Rivera infatti, da infortunato, non poté scendere in campo nel match contro la Jugoslavia che valse il titolo. Si passa poi al Mondiale 1970 e ad uno dei più famosi dualismi dell’Italia pallonara: Rivera oppure Mazzola? Il ct Valcareggi gli riservò appena 6 minuti sul terreno di gioco nella finale contro il Brasile, in cui i verdeoro erano già ampiamente in vantaggio per 3-1, alimentando le feroci critiche della stampa italiana in merito al suo utilizzo e annullando di fatto la staffetta che aveva attentamente messo in atto nel corso della rassegna messicana. Rivera inoltre era stato protagonista della semifinale contro la Germania Ovest con il gol del 4-3, in quella che è stata definita la partita del secolo.

Curiosità su Gianni Rivera

Uno dei più grandi giornalisti sportivi italiani, Gianni Brera, era uno strenuo detrattore di Rivera che aveva soprannominato l’Abatino per la sua presunta indolenza in campo e la scarsa applicazione sul piano fisico. Non mancò, inoltre, di definirlo un “mezzo grande giocatore”.

Dopo le pesanti critiche rivolte a Campanati nel 1972, Rivera ha ripetuto il suo comportamento anche nei confronti del direttore di gara Lo Bello, arbitro di un controverso Milan-Lazio. Tale atteggiamento gli costò quattro giornate di squalifica, ma nonostante la sua vena polemica il calciatore non è mai stato espulso nel corso della sua lunga carriera.

Nel corso del suo primo provino in maglia rossonera, Rivera impressionò soprattutto l’attaccante del Milan Schiaffino. Il bomber uruguaiano fu uno dei principali fautori dell’acquisto del giovane trequartista, offrendo ampie garanzie sul suo talento cristallino.


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