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Cosa è il catenaccio: la storia di una tattica quasi secolare

La storia che sta dietro la nascita di una delle tattiche più famose in Italia: il catenaccio

Il calcio italiano e dunque il campionato italiano sono stati da sempre tra i più importanti a livello globale. Insieme agli altri quattro campionati più importanti d'Europa (Premier League inglese, Bundesliga tedesca, la Liga spagnola e la Ligue 1 francese), la Serie A è infatti l'epicentro del calcio mondiale. Sono diversi gli italiani del mondo del calcio, sia calciatori che allenatori e dirigenti, che hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia del gioco. In Italia sono di conseguenza nate anche alcune tattiche che hanno poi conosciuto fama mondiale. Oggi parleremo di una tattica prettamente associata all'Italia e al campionato italiano: la tattica del catenaccio.

Serie A, la storia dietro la nascita del catenaccio

Anche se – ufficialmente – per la prima volta la tattica del catenaccio fu usata dall'austriaco Karl Rappan, che la propose addirittura nel 1932, quando si pensa al catenaccio si pensa automaticamente anche al campionato italiano. Nel caso di Rappan, il suo sistema di gioco prevedeva un modulo rivoluzionario rispetto a quelli classici. Le sue squadre giocavano infatti con tre difensori e due terzini difensivi, senza nessun compito in fase offensiva. In aggiunta il tecnico austriaco decise di sacrificare un centrocampista, aggiungendo un ulteriore difensore davanti la linea difensiva classica (il cosiddetto libero), che era esente da compiti di marcatura – a differenza dei compagni dietro – ed era appunto libero di posizionarsi laddove la sua presenza fosse stata necessaria per interrompere un'azione offensiva avversaria o fornire supporto in marcatura ad un compagno in difficoltà.

La prima volta che tale soluzione tattica venne adottata anche in Italia fu per mano di Mario Villini, che nel 1941/42 la propose con la sua Triestina. Dopo Villini anche altri tecnici italiani come Ottavio Barbieri con lo Spezia, Gipo Viani con la Salernitana e Alfredo Foni Foni con l'Inter seguirono il suo esempio. L'esplosione della tattica del catenaccio in Italia si ebbe però con un altro allenatore ancora, Nereo Rocco che, in concomitanza con Helenio Herrera, riuscì a portare la sua squadra alla vittoria proprio grazie alla tattica del catenaccio, come il collega franco-argentino.

Dopo averlo studiato, provato e riprovato alla Triestina e al Padova, Nereo Rocco ebbe la grande opportunità (nel 1961) di approdare nella panchina di una squadra più blasonata, il Milan. Il tecnico triestino ripropose ovviamente il suo schema tattico preferito, riuscendo a portare i rossoneri al successo. Tra il 1961 e il 1977, periodo nel quale – fatta eccezione per la parentesi alla Fiorentina nel 1974/75 – Rocco fu allenatore del Milan, riuscì a portare a casa due campionati di Serie A, due Coppe dei Campioni (l'attuale Champions League), due Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Portando dunque il modulo alla ribalta mondiale.

In questo lavoro fu però accompagnato anche da un altro collega che, come lui, iniziò a vincere i primi trofei basandosi appunto sulla tattica del catenaccio: stiamo parlando del sopra citato Helenio Herrera. Arrivato in Italia nel 1960, Herrera cambiò completamente il suo modo di giocare per riuscire a riportare l'Inter alla vittoria. Dopo aver proteso per un calcio prettamente offensivo nelle sue avventure spagnole, il franco-argentino capì che aveva bisogno del catenaccio per riuscire ad arrivare al successo sulla panchina dell'Inter, ed ebbe ragione. Tra il 1963 ed il 1966 la sua Inter fu capace di vincere tre campionati di Serie A, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Fu qui che l'utilizzo della tattica del catenaccio esplose completamente in giro per il mondo.

Serie A, in cosa consiste la tattica del catenaccio

Come brevemente spiegato sopra, la tattica del catenaccio è una tattica prettamente difensiva. Si basa innanzitutto sulla fisicità dei difensori, sulla corsa, sulla copertura ferrea di tutti gli spazi e – soprattutto – sulle ripartenze. Le squadre che utilizzano la tattica del catenaccio devono infatti essere brave a sfruttare le poche occasioni in contropiede per riuscire a portare a casa le partite. Per quanto concerne la fase difensiva, che appunto ne è la base, il catenaccio prevede che uno dei difensori centrali si debba occupare della marcatura a uomo dell'attaccante avversario, l'altro è invece il cosiddetto libero, ovvero quello che – libero da compiti di marcatura fissi – è appunto libero di posizionarsi laddove la sua presenza è più necessaria per interrompere un'azione offensiva avversaria o fornire supporto in marcatura ad un compagno in difficoltà. Oltre a loro, pochi metri più avanti, agisce anche il mediano, che – come i terzini – non ha compiti offensivi ma ha il compito di fungere da schermo davanti la difesa, una sorta di protezione aggiuntiva. Ma non è finita qua perché, mentre gli altri due centrocampisti hanno il compito di fornire supporto al reparto offensivo, le ali (denominate anche ali tornanti) all'occorrenza devono scalare in difesa per fornire supporto ai compagni. L'unico che deve rimanere sempre alto è il centravanti che, oltre a dover sfruttare i contropiedi e saper finalizzare, deve anche tenere alta la squadra e più bassa possibile la difesa avversaria.

Serie A, il declino e la caduta in disuso del catenaccio

Il successo del catenaccio fu però breve. I limiti del catenaccio furono molto più evidenti specialmente dopo la Coppa dei Campioni del 1971/72, quando le squadre che ancora basavano il loro gioco sulla tattica del catenaccio furono letteralmente spazzate via nella competizione. A partire da quegli anni iniziarono infatti a svilupparsi il totaalvoetbal olandese, che prevedeva che ogni qual volta un giocatore si fosse spostato dalla sua posizione, il compagno più vicino l'avrebbe coperta per mantenere inalterato lo schema tattico; e lo stile ginga brasiliano. Il limite principale e più grande del catenaccio era che le squadre non erano pronte ad adattarsi a delle novità o a degli inserimenti improvvisi, il sistema olandese mandava dunque completamente in difficoltà le squadre italiane che utilizzavano il catenaccio. Inoltre essendo un modulo difensivo, le squadre che utilizzavano il catenaccio lasciavano libere di giocare quelle avversarie e, con il metodo di gioco olandese, prima o poi con la mole di attacchi uno sarebbe riuscito a scardinare le linee difensive. Anche se tuttora viene utilizzato da qualche squadra o da qualche allenatore in particolare, il catenaccio è ormai caduto in disuso e gli si predilige un altro tipo di gioco.


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