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Serie A e Covid-19: sarebbe giusto interrompere? Perché sì e perché no

palloni in rete serie a

Il Covid-19 non dà tregua alla nostra Serie A: tra decine di positivi e partite rinviate, sarebbe giusto sospendere di nuovo il campionato fino a data da destinarsi?

Inutile nasconderlo: il Covid-19 ha ripreso a martellare l’Italia e la Serie A.

La situazione è completamente diversa rispetto ad un anno e mezzo fa, quando il campionato è stato costretto a fermarsi insieme a tutto il paese: la percentuale dei positivi sulla base dei tamponi effettuati, infatti, è decisamente inferiore rispetto ai mesi precedenti. Tuttavia, la nuova variante Omicron fa paura. Ora il virus sembra abbia effetti meno gravi sulle persone vaccinate, ma anche che sia diventato allo stesso tempo molto più contagioso.

Nessuno ne è immune, neanche i calciatori della nostra Serie A ovviamente. In queste ultime settimane, le squadre sono state letteralmente martoriate dal Covid-19, che ha provocato focolai in quasi tutti i club, uno dopo l’altro.

E quindi cosa fare? Le Asl locali hanno già fermato 4 squadre (Bologna, Salernitana, Torino ed Udinese), impedendo loro di disputare la 20^ e 21^ giornata di Serie A. Ma quanto si potrà andare ancora avanti in questo modo?

Alla luce della situazione odierna, sarebbe giusto fermare nuovamente il campionato di Serie A?

 

Sospendere la Serie A? Perché sì

Perché le squadre sono letteralmente decimate dal Covid-19.

Al di là dei rischi sanitari per i singoli giocatori e le rispettive famiglie, questo campionato comincia ad aver ben poco di “regolare”. Dove però per “regolare” non si intende senza parità di condizioni, poiché tutti i club devono sottostare alle stesse restrizioni ed hanno gli stessi strumenti di prevenzione; con “regolare”, in questo caso, ci si riferisce al normale e classico svolgimento di una manifestazione, cosa che ovviamente in questo momento – per cause di forza maggiore – non è più possibile.

La regola ad oggi è chiara: nessun giocatore positivo può scendere in campo, ma deve osservare un periodo di quarantena. Vale a dire almeno 7 giorni senza allenamenti né partite. Ergo, notizia devastante per un allenatore, visto soprattutto il periodo così ricco di impegni.

Come se non bastasse, infatti, il Covid-19 è tornato a farsi sotto in un momento molto intenso per il campionato. Dopo la sosta natalizia, le squadre ora stanno tornando in campo per riprendere il girone di ritorno, e si ricomincia subito con un turno infrasettimanale. Le partite sono tante, il tempo è poco e i giocatori positivi troppi.

Ci sono squadre costrette a presentarsi senza 4 o 5 giocatori, e di conseguenza arruolando ragazzi della Primavera. Inoltre le cose cambiano di continuo, i giocatori diventano positivi o negativi da un giorno all’altro: fare programmi, organizzare strategie e preparare partite è diventato praticamente impossibile per i tecnici, che a volte scoprono solo qualche ora prima della gara quali siano i calciatori a disposizione.

A tutto ciò si aggiungono anche le Asl locali, che però il più delle volte servono solo a far più confusione. Le Asl (Azienda Sanitaria Locale) hanno il compito di bloccare le squadre che contano in rosa un numero eccessivo di positivi. Il problema è che su questo non ci sono accordi univoci. O meglio, più o meno ci sono, ma ogni ente interpreta sul momento la situazione a modo suo.

Ciò significa che in questi mesi ci sono state squadre costrette a giocare con 7 positivi, mentre altre formazioni che sono state fermate con “appena” 2 giocatori affetti da Covid-19. A volte le Asl intervengono, altre volte no. E questo non va bene.

Ma attenzione, perché non è finita qui. Il fatto che le Asl blocchino le squadre non significa automaticamente che le partite verranno poi rinviate. La decisione ultima spetta infatti sempre alla Lega, che esamina i fatti ed emana un comunicato ufficiale: gara rinviata a data da destinarsi o partita persa a tavolino.

Questo sì, forse, che può chiamarsi “campionato irregolare”.

Serie A, il nuovo protocollo anti Covid-19

 

Sospendere la Serie A? Perché no

Innanzitutto, perché non c’è più tempo.

Il calendario è estremamente pieno di partite nazionali, internazionali e mondiali. Tra campionati e coppe, i giocatori devono sempre scendere in campo. Nessuno ha più tempo di fermarsi, non ci sono proprio più gli spazi per piazzare incontri.

È inutile: è un gatto che si morde la coda. Trovare miracolosamente tempo oggi, significherebbe toglierne poi alle competizioni future. Fermarsi ora vorrebbe dire posticipare la fine del campionato, ma terminare a giugno anziché il 22 maggio – la data in cui ad oggi è programmata la 38^ ed ultima giornata di Serie A – allungherebbe troppo le date degli impegni successivi.

I giocatori devono potersi fermare anche loro in estate, non sono delle macchine. Finendo i tornei, ad esempio, a metà giugno – ancora una volta – si costringerebbe i ragazzi ad andare in vacanza più tardi. Al loro ritorno, quindi, sarebbe già ipoteticamente metà luglio, quando però le squadre avrebbero già dovuto iniziare da tempo la preparazione estiva per ricominciare in anticipo il campionato successivo, visto che a novembre e dicembre 2022 ci sarà il Mondiale in Qatar.

Finire dopo la stagione e poi ricominciare prima, tagliando così le vacanze dei giocatori, non è una strada umanamente percorribile. Se ancora non fosse chiaro, il tempo per posticipare ulteriormente non c’è. Figuriamoci per fermare il campionato. E la Lega lo sa bene.

Il secondo aspetto è invece il seguente: il mondo del calcio deve cominciare a fidarsi della scienza.

Bisogna dare linee guida chiare e univoche, a partire dalle Asl. Gli stessi presidenti delle squadre di Serie A non sanno cosa fare. In Italia infatti funziona diversamente rispetto al modello inglese o a quello tedesco. Qui la Lega ha meno potere rispetto a Premier League e Bundesliga, poiché agisce più come azienda. Ciò significa che spesso si è tenuti a trovare compromessi fra 20 persone, piuttosto che seguire le indicazioni date da un unico responsabile.

Urge trovare al più presto una soluzione. Le proposte ci sono: una su tutte, quella di permettere comunque di scendere in campo ai giocatori positivi asintomatici con la terza dose, limitando così il potere delle Asl. Giusto o meno, questa sembra l’ipotesi più concreta e potenzialmente efficace per andare avanti in maniera dignitosa.

Il calcio italiano non può più essere ostaggio del Covid-19. Questo sport rappresenta la terza economia nazionale del paese e, in qualche modo, deve proseguire. In sicurezza.


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