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Mondiali Qatar 2022

Storie mondiali, i momenti indimenticabili: Brasile-Zaire 1974, quella questione di vita o di morte

Sfogliando le pagine storiche della Coppa del mondo, da quando nel 1930 fu disputata per la prima volta, emergono storie di momenti straordinari di sport. Rivincite e sconfitte, rimonte compiute e subite, conquiste, riscatti, delusioni. D'altro canto non manca la componente ironica e bislacca a caratterizzare alcuni episodi indimenticabili che contribuiscono a fare del campionato del mondo la manifestazione calcistica più attesa e speciale che esista.

Nella storia mondiale protagonista del nostro racconto di oggi, l'ironia è la componente che emerge a prima vista. Pochi però sapevano che, dietro al gesto, c'era la tragedia di un paese. Siamo nel 1974, in Germania dell'Ovest. La fase a gironi della Coppa del mondo mette di fronte il fortissimo Brasile e la matricola Zaire. La Selecao è in vantaggio per 3-0 e sta per battere una punizione a pochi metri dal limite dell'area. Ma ecco che un giocatore africano si stacca dalla barriera prima del fischio dell'arbitro, corre verso il pallone e lo calcia con tutta la forza che ha, suscitando lo stupore di compagni, avversari, arbitro e spettatori.

La storia rivelò che si trattava di uno stratagemma per guadagnare tempo. Ma perché quando si perde sul 3-0? Il racconto che si cela dietro questo curioso gesto vale la pena di essere approfondito, letto e apprezzato insieme.

Lo Zaire ai mondiali

Non ti sorprendere se non riesci immediatamente a collocare “Zaire” in una precisa posizione geografica. Oggi lo Zaire non esiste più e al suo posto c'è la Repubblica Democratica del Congo. Zaire era il nome del paese nato sotto dittatura militare nel 1971 e durato sino al 1997. L'unicità della sua storia ai mondiali del 1974 può anche essere vissuta in questo senso. Nondimeno, all'epoca lo Zaire rappresentava uno dei paesi africani più importanti.

La sua qualificazione e partecipazione alla Coppa del mondo del 1974, dunque, era una sorpresa relativa. Si trattava del primo paese sub-sahariano a prendere parte ai mondiali, un dato che riempì la popolazione e i calciatori di orgoglio.

Pur essendo una matricola della Coppa del mondo, dal canto suo la Zaire era fresco vincitore della Coppa d'Africa: non una squadra di dilettanti allo sbaraglio insomma. Tuttavia dietro al mondiale dello Zaire c'era molto di più che una manifestazione sportiva di primissimo rilievo. Potremmo dire che i calciatori combattevano per qualcosa di molto più grande di una partita di calcio.

Il contesto storico-politico

Per comprendere le scene a tratti esilaranti che racconteremo più avanti, dobbiamo prima ripercorrere a ritroso una fetta di storia del paese. Lo Zaire era guidato dal dittatore Motubu Sese Seko, salito al potere grazie a un colpo di stato militare nel 1960.

Come buona parte dei suoi colleghi dittatori, non era particolarmente amato dal popolo, anche per i drammi che aveva causato nelle zone sotto la sua influenza. Tuttavia anch'egli fu travolto dall'impeto di orgoglio allorché lo Zaire si qualificò per i mondiali. Fece stanziare risorse importanti in favore della nazionale che avrebbe rappresentato il suo paese in occasione dei mondiali di Germania 1974. I funzionari, però attinsero alle risorse sottraendole di fatto ai calciatori, il che generò un malcontento generale che si manifestò anche nelle prestazioni in campo.

Lo Zaire, inserito nel girone con Brasile, Scozia e Jugoslavia, esordì al mondiale del 1974 perdendo per 2-0 contro la nazionale scozzese. Ma fu il roboante 9-0 che gli inflisse la Jugoslavia alla seconda giornata a creare un clima di terrore attorno a cui si giocò la terza partita.

Quel momento di terrore nascosto

Arrivati al terzo turno della prima fase a gironi e con il destino già segnato, non ci si domandava se il Brasile sarebbe riuscito a sconfiggere lo Zaire, ma quanti gol avrebbe realizzato. Dal canto suo, la nazionale verdeoro aveva bisogno di vincere almeno 3-0 per essere certa di qualificarsi per la seconda fase a gironi.

È in questo contesto che si colloca l'indimenticabile “punizione al contrario“. Il Brasile, già avanti per 3-0 a circa 5′ dalla fine, ha l'occasione di ampliare il margine calciando una punizione a pochi metri dall'area di rigore con uno dei suoi tanti specialisti. Ma tra Jairzinho e Rivelino spunta Mwepu Ilunga, calciatore dello Zaire, che si stacca dalla barriera e a tutta velocità calcia il pallone verso la metà campo brasiliana tra lo stupore e le risa degli avversari. L'arbitro ammonisce il giocatore, ma nessuno sapeva realmente cosa fosse successo in quel momento e gli elementi coinvolti nel gesto bizzarro di Mwepu Ilunga.

Questione di vita o di morte

No, Mwepu non aveva semplicemente perso la testa o dimenticato le regole del gioco. Era viceversa terrorizzato all'idea di subire il quarto gol. Cosa cambia per una squadra ormai condannata perdere 3 o 4 a 0? Chiedetelo al dittatore Motubu.

Le cronache, infatti, rivelarono lo sdegno del leader del paese dopo il 9-0 subito dalla Yugoslavia. Per un dittatore nazionalista, i mondiali erano un'occasione di propaganda, non, al contrario, di umiliazione. Così, alla vigilia del match con il Brasile, fece recapitare un messaggio angosciante alla squadra: “Se perderete con uno scarto maggiore di tre gol, non avrete più il diritto di tornare a casa, né voi né le vostre famiglie“.

Il “momento di ignoranza africana”

Il gesto di Mwepu confuse anche i cronisti. In particolare John Motson, chiamato a raccontare la partita per la BBC, spiegò l'azione come “momento di ignoranza africana“, alludendo all'ipotesi che il calciatore dello Zaire disconoscesse il regolamento e pertanto si sentisse autorizzato a intervenire sul pallone prima che un avversario lo rimettesse in gioco.

La storia invece ci riporta un momento di angoscia e terrore legato all'ipotesi di subire un altro gol e le conseguenze che ciò avrebbe causato sulla propria vita e su quella dei propri cari.

Il momento di fredda lucidità

Tra infortuni più o meno reali, raccattapalle che nascondono i palloni e giocatori che si prendono ben oltre il tempo consentito per rimettere in gioco il pallone, si può dire che la “perdita di tempo” è ancora oggi uno stratagemma ampiamente utilizzato nelle partite di calcio. Alla luce dei fatti, la bizzarra “punizione al contrario” di Mwepu è ascrivibile più a questa categoria che a quella degli episodi bislacchi.

Gli costò un cartellino giallo e, più in generale, la fama di calciatore ignorante delle regole. Tuttavia il suo gesto contribuì a far scorrere più rapidamente il cronometro verso il 90′, ad allontanare la possibilità di subire il quarto gol e, chissà, magari anche a distrarre i campioni brasiliani pronti a calciare la punizione verso la porta. Di fatto un gesto eroico che salvò la vita dei calciatori dello Zaire e delle loro famiglie.


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