Mondiali Qatar 2022

Storie mondiali, i momenti indimenticabili: Andres Escobar e quel maledetto autogol che gli costò la vita

La vita non finisce qui. Dobbiamo andare avanti. Non può finire qui. Non importa quanto difficile sia: dobbiamo rialzarci. Abbiamo solo due possibilità: permettere alla rabbia di paralizzarci dando luogo alla violenza, oppure superare questo momento e rimetterci in sesto per aiutare gli altri. È una nostra scelta. Vi prego: manteniamo il rispetto. Il mio più caloroso saluto a tutti. È stata un'esperienza rara e straordinaria. Ci rivedremo presto, perché – di nuovo – la vita non finisce qui“.

Tra le storie mondiali ricche di trionfi, gioie e momenti dall'altissimo valore sportivo, c'è anche spazio per la tragedia che coinvolge Andres Escobar, capitano della Colombia alla Coppa del mondo del 1994. È lui l'autore delle parole che aprono l'articolo, pubblicate dal quotidiano di Bogota El Tiempe, e che assumono un valore indescrivibile, alla luce dei fatti.

Andres Escobar, noto col soprannome di “Galantuomo del calcio”, è colui che, con uno sfortunato intervento, firma l'autorete contro gli Stati Uniti che segna l'eliminazione per la sua Colombia. Ma mai avrebbe immaginato che avrebbe anche segnato in maniera tragica e assurda la sua esistenza.

Nemmeno un mese dopo l'autorete, con il mondiale ancora in corso, Andres Escobar viene ucciso a colpi di arma da fuoco nel parcheggio di un locale di Medellin. È uno dei giorni più tristi, bui, irrazionali e ingiusti della storia del calcio.

La Colombia verso Usa94: la generazione d'oro

Andres Escobar a 27 anni e nel pieno della maturità fisica e calcistica, è il leader di una nazionale ambiziosa che si avvicina ai campionati del mondo di Usa 1994 con un bagaglio di speranze e obiettivi importanti. La squadra guidata dal Ct Francisco Maturana è considerata una delle possibili outsider della rassegna. Persino Pelé si esprime in favore della nazionale sudamericana.

Le sensazioni di O Rey sono tutt'altro che campate in aria. Durante le qualificazioni al mondiale, la Colombia aveva perso solo una delle 26 partite disputate e aveva anche battuto l'Argentina a Buenos Aires con un sonoro 5-0. Pelé aveva da vicino apprezzato le performance della Tricolor e percepito le enormi potenzialità.

La rosa era composta per lo più da giocatori poco conosciuti ai più. Solamente due calciatori militavano nei campionati europei: il “parmense” Faustino Asprilla e il “bavarese” Adolfo Valencia. Altri giocatori, come Freddy Rincon, Leonel Alvarez, Ivan Valenciano e Carlos Valderrama erano noti più che altro nei propri confini. L'ultimo della lista più per la sua pittoresca capigliatura che per le abilità tecniche.

Il quadro socio-politico in Colombia

Per comprendere i fatti drammatici che seguono l'eliminazione della nazionale colombiana ai mondiali di Usa94, è doveroso ricostruire il contesto sociale del paese. A pochi mesi dalla rassegna, il noto trafficante di droga Pablo Escobar viene assassinato. La sua morte ha inevitabili conseguenze caotiche sulla nazione.

Pablo Escobar – che per inciso col protagonista della nostra storia condivide solo il cognome – era contemporaneamente temuto e venerato in Colombia. La sua macchina di produzione, esportazione e traffico di droga aveva di fatto dato lavoro a una cospicua porzione di popolazione povera, andando di fatto a sostituirsi a uno stato poco preparato a incontrare il livello di disagio e crisi economica della propria gente.

Escobar era anche proprietario dell'Atletico National, club di Medellin. Il narcotrafficante utilizzava la squadra anche per riciclare i proventi illeciti derivanti dalle sue attività criminali; tuttavia alla sua guida il club ebbe grandi successi, tra cui la vittoria della Coppa Libertadores del 1989. In quella squadra militava Andres Escobar, protagonista della nostra storia di oggi.

Al di là dei propri interessi più o meno leciti, Don Pablo era un grande appassionato di calcio. Dopo il suo arresto e durante la “detenzione” (le virgolette sono d'obbligo) a Catedral, era solito ricevere visite dai calciatori. Uno dei più assidui era l'iconico portiere René Higuita, passato alla storia per il suo indimenticato colpo dello scorpione. Sembra che alla base della sua esclusione dal roster per Usa94 ci fossero proprio i rapporti con il boss.

Alla morte di Pablo Escobar, Medellin finisce completamente fuori controllo. Il re della cocaina aveva – a suo modo – creato un equilibrio che teneva anche la malavita di bassa lega con il cappio al collo. La “legge della terra“, come era allora definita, si era disintegrata alla sua scomparsa.

Quando Pablo è morto la città ha perso ogni stabilità – ha raccontato nel documentario ESPN ‘I due Escobar' Jaime Gavira, cugino di Don Pablo – morto il capo, ognuno è diventato capo di se stesso. Pablo aveva portato ordine nel disordine: chiunque voleva delinquere doveva praticamente chiedergli il permesso. I rapimenti, ad esempio, erano proibiti“.

In questo caos generale caratterizzato dall'anarchia, la Colombia si appresta a volare negli Usa per i mondiali del 1994.

Usa94: un esordio disastroso

La Colombia, già carica di aspettative sportive, ha sulle spalle anche il compito di risollevare il clima sociale dell'intero paese. “Non è semplice mantenere la concentrazione – dichiara Andres Escobar, che dopo il mondiale avrebbe dovuto trasferirsi al Milan – Trovo la motivazione nelle cose belle che devono avvenire davanti a noi“.

L'esordio non sorride alla Tricolor. La forte Romania di Hagi, Raducioiu, Popescu e Petrescu si impone 3-1 con la doppietta di Raducioiu, il gol di Hagi e le ottime parate dell'estremo difensore Stelea.

Un inizio difficile reso ancora più duro dai fatti in patria. Nei sobborghi si verificano episodi di violenza e vandalismo, con protagonisti scommettitori che avevano perso i loro soldi a causa della sconfitta della nazionale colombiana. Un dramma colpisce il difensore Luis Herrera, che aveva subito pochi mesi prima il rapimento e poi il rilascio di suo figlio. Il fratello del calciatore perde la vita in un incidente d'auto poco la sconfitta con la Romania.

Usa-Colombia e quell'errore fatale

Il ko all'esordio ha ripercussioni pesanti. Arrivano persino minacce alla squadra, che nel frattempo deve preparare la seconda partita, con l'insidia degli Stati Uniti padroni di casa. A Medellin si moltiplicano gli episodi di violenza e caos, i giocatori sanno che le minacce sono tutt'altro che teoriche.

Alcune delle minacce sono rivolte in maniera diretta a Gabriel “Barrabas” Gomez. Al Ct Maturana viene riferito che se fosse sceso in campo, tutta la squadra sarebbe stata giustiziata. Nonostante Barrabas sia un elemento importante della squadra, non viene impiegato.

Sul piano tecnico, tuttavia, la Colombia resta fiduciosa, almeno fino al minuto 35: quello che segna uno squarcio sul destino della nazionale e del capitano Andres Escobar. Gli Usa muovono palla sulla sinistra, Harkes fa partire un cross basso e tagliato verso il cuore dell'area di rigore e il difensore, nel tentativo di intervenire e liberare in scivolata, spedisce il pallone alle spalle del proprio portiere Oscar Cordoba.

L'espressione di Escobar è chiara. Non solo il dolore sportivo, ma anche la consapevolezza che l'episodio sfortunato potrebbe avere conseguenze anche al di fuori del campo.

La Colombia non riesce a recuperare e anzi, subisce il raddoppio Usa ad opera di Stewart in apertura di ripresa. Allo scadere l'inutile rete dell'1-2 di Adolfo Valencia.

A cammino segnato, la Colombia batte la Svizzera per 2-0 nell'ultima partita del girone. Ma il mondiale di Usa94 per la Tricolor è già finito e le ambizioni iniziali salgono sull'aereo di ritorno a casa insieme alla squadra.

Andres Escobar: ritorno a casa e omicidio

Con la forte delusione dell'uscita dal mondiale, Andres Escobar torna nella sua Medellin. Quello che trova non è solo la città anarchica e in mano alla criminalità di cui abbiamo ampiamente raccontato.

La sera del 2 luglio 1994, nel parcheggio del locale El Indio, Andres Escobar viene raggiunto e ucciso da una raffica di colpi di mitragliatrice. L'omicida reo-confesso è Humberto Castro Munoz, guardia del corpo dei fratelli Gallon, narcotrafficanti che – secondo le ricostruzioni – avrebbero dapprima insultato e poi acceso un alterco con il calciatore colombiano, culminato con la fatale sparatoria. Il movente sarebbe legato alle ingenti somme che i boss avrebbero perso scommettendo sulla Colombia nel match contro gli Usa, condizionato dall'autogol del difensore.

L'assassino viene condannato a 43 anni di reclusione, anche se ne sconterà solamente 11. La Colombia, sotto shock, ritira la maglia numero 2 appartenuta al capitano (la rindosserà anni più tardi Ivan Ramiro Cordoba). Oltre 120000 persone partecipano commosse ai funerali di Andres Escobar. In suo onore viene eretta una statua a Medellin.

Il ricordo di Andres Escobar, il gentiluomo del calcio, è ancora vivo nel cuore degli appassionati. “La vita non finisce qui“, aveva detto. No, non doveva finire qui.


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