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Italia, un fallimento annunciato e quelle “Notti magiche” che i giovani vecchi non vivono più

Italia, un fallimento annunciato e quelle “Notti magiche” che i giovani vecchi non vivono più
IMAGO / Gribaudi/ImagePhoto

Il giorno dopo la terza esclusione consecutiva dai mondiali di calcio, l’Italia si sveglia triste ma non meravigliata. Quello che si consuma nel modesto stadio di Zenica, in Bosnia, dove non arriva nemmeno la Goal Line Technology, è un fallimento annunciato che affonda le radici nella visione miope di tutto il sistema, dalle società, alla Federazione, ai settori giovanili, ai tifosi che incensano giocatori evanescenti in campo internazionale, ma che si sentono super eroi tra le mura amiche.

Cosa ci si poteva aspettare dalla Nazionale del paese in cui la squadra che sta stravincendo il campionato – e che esprime alcuni tra i giocatori più importanti tra gli azzurri come Bastoni, Dimarco e Barella – viene brutalizzata ai playoff di Champions League dai semi-professionisti del Bodo Glimt? Cosa ci si può aspettare da una squadra che ha come centravanti un oriundo andato a collezionare più milioni che gol in Arabia, uno che sta lottando per la salvezza con la Fiorentina e un altro che rappresenta la speranza per il futuro del nostro calcio, ma che a quasi 21 anni in Serie A di gol ne ha segnati nientepopodimeno che 6?

La verità è che l’Italia è una squadra scarsa, vittima di una programmazione inesistente e di un connubio delittuoso tra società che hanno interesse 0 nel lavorare per la Nazionale – che nella migliore delle ipotesi è quella rottura di scatole che capita due/tre volte durante il campionato – e una Federazione che continua ad ignorare segnali di allarme che suonano da ben prima di Italia-Svezia del 13 novembre 2017, quando Buffon indossava guantoni e fascia da capitano, anziché l’abito intriso di lacrime e rabbia di ieri sera.

Oggi in Serie A arriva Modric, che di anni ne compie 40, e detta legge. Perché è indiscutibilmente il giocatore più forte del campionato, e non è assolutamente normale che sia così. Arriva Vardy, ne che ha 39, e la Cremonese gli chiede di segnare i gol per non andare in Serie B. Nel frattempo i vivai producono giocatori a cui viene insegnato fin da piccolissimi a uccidere il gioco più bello del mondo, con muscoli, atletismo, irriverenza e soprattutto con la convinzione di essere forti. Il risultato è che basta un gruppo di calciatori “normali” che guadagnano quanto un operaio della Fiat per mettere a nudo le pecche di un sistema marcio sin dalle basi.

Gravina, dopo la partita, si è presentato in conferenza stampa per bofonchiare parole senza senso. Le ha dette tutte, tranne quella che avremmo voluto sentire: “Mi dimetto”. D’altra parte era subentrato dopo il fallimento di Tavecchio, che lui ha saputo doppiare. Non che servisse un capro espiatorio; molto più di quello, servirebbe la dignità della consapevolezza di chi e cosa si rappresenta. Quella dignità che si è calpestata già nel vedere Dimarco, uno che con la maglia dell’Inter si sente Roberto Carlos, esultare al rigore decisivo che ha promosso la Bosnia nella semifinale con il Galles.

Continuiamo a dire che “altri bambini crescono senza aver mai tifato l’Italia ai Mondiali”, ed è un’amara verità. Ma noi giovani vecchi, che l’Italia dei Baggio, dei Totti, dei Del Piero e degli Schillaci l’abbiamo vista, tifata e esaltata, portiamo le ferite più profonde dentro al cuore. Noi sappiamo che vuol dire passare “Notti magiche” davanti alla tv. E sappiamo che non ne passeremo ancora per molto tempo.


Fabio Larosa

Giornalista professionista, co-fondatore e direttore di calciodangolo, ma niente di serio. Ho pubblicato il mio primo articolo su un giornale quando avevo 19 anni, ma non mi piace contare quanti ne siano passati. Il mio motto é:

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